NBA 2019-20: #stillawake ed il letargo di maggio e l’incubo difesa per i Brooklyn Nets
Il lockdown della stagione comincia ad assumere le forme di un lungo e innaturale letargo, come quello delle tartarughe d’acqua quando il clima si fa troppo freddo. Tra pochi giorni saranno tre mesi senza basket e saranno proprio quei tre mesi: quelli solitamente più vivi e più caldi dell’anno, quelli in attesa dei quali tutto il resto è poco più di un doveroso prologo.
E se si intravede, proprio nei giorni in cui mi accingo a buttar giù (non senza qualche difficoltà) il mio resoconto mensile, un barlume in fondo al lungo tunnel, il risveglio è ancora lontanissimo: Adam Silver si è messo alacremente al lavoro per non buttare alle ortiche stagione sportiva e montagna di denaro annessa e, proprio mentre scrivo, diviene ufficiale il programma di restart: un finale di stagione regolare accorciato ad 8 gare, cui prenderanno parte le 16 attualmente in zona playoff e le 6 più immediate inseguitrici. Al termine della stagione, ove il distacco tra ottava e nona di ciascuna Conference sia inferiore alle 4 vittorie, play-in tournament (in pratica, uno spareggio) per decidere l’ultimo posto in carrozza per la post-season. Si ripartirà il 31 luglio.
In questi stessi giorni, Cuomo ha dato, finalmente, il via libera agli allenamenti di squadra anche nel suo territorio, sancendo, dunque, la riapertura dell’HSS Center ai giocatori, su base volontaria, nel numero di quattro per seduta e nel rispetto di tutte le normative (un giocatore per ogni canestro disponibile, distanziamento sociale, ecc…). Primi, timidi, segni di risveglio, ma la notte è ancora lunga, lunghissima: quasi quanto lo saranno le strane, magiche, irripetibili notti dell’estate 2020. In ogni caso, un anno che non dimenticheremo facilmente.
In quest’atipica cornice si inscrive un maggio quasi inenarrabile, un limbo in cui #stillawake, pur senza dormire mai, vaga tra “color che son sospesi” alla ricerca di argomenti che tengano desta l’attenzione di tifosi ed appassionati. La parola d’ordine è una sola: rumors! Confesso di fare ancora un po’ fatica, dopo anni di indifferenza assoluta da parte dei media, a tornare a tenere il passo delle voci sui Nets, ma farò bene a farci il callo rapidamente, perché Sean Marks ha assemblato il tandem più tradizionalmente chiacchierato del reame e un roster ambizioso: quasi inevitabile che tutti parlino del rientro di Irving e Durant o delle possibili strategie di mercato.
Cercheremo di farlo con intelligenza, sfrondando le chiacchiere da bar e le ipotesi imbastite mediante trade machine, dando doveroso spazio alla cronaca ma anche, come sempre, regalandovi argomenti, spunti di riflessione e opinioni prima che lo facciano gli altri.
Quando si accendono le stelle. Marks, attraverso una lunga intervista concessa a un’emittente neozelandese, ha spento, per il momento in modo definitivo, la ridda di voci sul futuro coach, affermando che la caccia è aperta ma, al momento, il leone dorme ancora, desideroso solo di vedere all’opera, nel finale di stagione, il buon Vaughn. Ha sapientemente dirottato l’attenzione dei media sul possibile ritorno in campo di KD alla ripresa della stagione in corso attraverso un passaggio sibillino (“posso solo dirvi che [prima del lockdown] KD sembrava stare dannatamente bene”), per poi chiosare da emerito dottor sottile “siamo tutti ansiosi di vederlo in azione al Barclays, davanti alla nostra gente” … Non so voi, ma io ci leggo l’anno prossimo!
Fin qui, nulla di nuovo, almeno per i nostri lettori, cui avevamo preventivato tutto, ma proprio tutto, nel numero di aprile. Ne parliamo perché, come nostra consuetudine, vogliamo provare a leggere tra i silenzi e a infilarci nei coni d’ombra delle parole, per suggerirvi come e su cosa il GM stia prioritariamente lavorando. A nostro avviso, Marks ha spento le voci sul futuro head coach proprio per poterci lavorare da vero predatore, al buio e in silenzio, senza fastidiose interferenze esterne. Ha usato Durant come irresistibile specchietto per le allodole, per deviare l’attenzione dei media lì, dove non fa danno. Si parla poco, molto poco di Irving perché la sua situazione, sia per stato di forma, sia per tipologia di intervento subito, fa sì che al suo rientro ci si stia pensando, e se ne valuterà l’opportunità a seconda di quello che riserverà la ripartenza. Intendiamoci: nulla ha minimamente scalfito il nostro teorema e restiamo discretamente convinti che entrambe le star guarderanno le gare dalla panca; teniamo, cioè, dolorosamente la posizione assunta, consapevoli di cotanto patrimonio da proteggere in vista della prossima stagione, riponendo momentaneamente nel cassetto dei sogni inconfessati la speranza di sbagliarci e confortati dal categorico scetticismo espresso perfino dal guru Wojnarowski (alzi la mano chi si ricorda una volta che abbia sbagliato una previsione!). Ci teniamo giusto qualche piccola riserva scaramantica: il cilindro di Marks non è mai orfano di belle sorprese…
Beal? La voce in assoluto più ricorrente e rumorosa del mese di maggio è stata quella del possibile approdo di Bradley Beal ai Nets. È emerso, infatti, che ci siano state discussioni interne allo staff per vagliare la possibilità di arrivare alla stella dei Wizards, reduce da una stagione monca e priva di reali ambizioni ma da career high, frustrata per non poter competere neppure per un posto all’All Star Game a causa dell’inconsistenza della sua franchigia. Trattandosi, senza tema di smentite, di una delle migliori guardie della Lega, ci sta che voglia puntare a vincere e che il suo nome venga accostato a una franchigia ambiziosa ma ancora incompleta.
Questi, i pro… Ora vogliamo dire la nostra, l’opinione di #stillawake, consci di contare, nelle decisioni di Marks, come il due di coppe quando la briscola è denari, ma consapevoli anche di essere, in Italia, la rubrica specializzata più antica: in sintesi, niente Beal a Brooklyn! Senza se e senza ma. Vi spiego i motivi.
1. Sarebbe ora che cessasse la vulgata secondo la quale si vince solo con un super team. Ammettiamo anche che il caso-Raptors sia stato, appunto, solo un caso. Converrete che i Warriors avessero, sì, imbastito una corazzata, ma solo per via di una sagace (e fortunata) costruzione a partire dal draft. Prima di loro, i Cavs erano due stelle e mezza, così gli Heat, non parliamo degli Spurs o dei Mavs, che hanno avuto percorsi tanto differenti, o, prima ancora, di Cletics e Lakers, senza andare troppo indietro verso ere geologiche in cui si giocava un altro basket. Morale: non di sole collezioni di figurine vive il basket migliore e, ove lo faccia, conta –eccome! – il modo in cui queste vengono messe insieme. Senza dimenticare che due stelle e mezzo, ai Nets, ci sono già e presto saranno tre, fatte e finite: c’è Levert!
2. Intorno ai fuoriclasse ci devi mettere le giuste pedine! Per arrivare a Beal quale contropartita bisognerebbe mettere sull’altro piatto della bilancia? Occorrerebbe smantellare tutta la squadra, snaturarla, privarla di identità! Senza contare che, sommando i salari delle 3 star, il cap sarebbe pressoché esaurito (88% del tetto, dicono quelli bravi coi numeri, ma è da vedere se le attuali proiezioni del cap siano giuste, alla luce del drastico calo di fatturato causa lockdown). Allora che si fa, si affiancano le tre stelle con dodici onesti G-leaguers?
3. Consentiteci qualche sommesso dubbio sulla compatibilità caratteriale di Irving e Beal, anche alla luce dello scontro di gioco che a Irving costò il ginocchio pochi mesi fa, che sarà anche stato fortuito e non voluto (a me, dopo tre mesi e mezzo, qualche dubbio resta), ma che è emblematico del carattere di entrambi.
4. Quando sento parlare di cessione in blocco di giovani per mettere insieme tre star, ho immediatamente un orribile deja vecu. E il “buon esempio” dei Lakers di quest’anno (ammesso che lo sia, perché hanno ancora da vincere e da dimostrare qualcosa) non lo cancella perché, consentiteci un parere del tutto personale, i sacrificati sull’altare di AD non avevano manco da lontano lo spessore del core bianconero: aspetto smentite e critiche feroci ma, fino ad allora, un nucleo di “gregari” composto da Dinwiddie, Harris, Allen e Levert non ho ancora ben presente in quanti lo possano vantare!
Io non ce lo vedo Marks a compiere un simile salto nel buio, tuttavia, alla luce del drastico cambio di rotta perpetrato, giusto un anno fa, con la cessione di Russell per arrivare a Irving, non posso giurarci e sono pronto, se i Nets vinceranno il titolo con e grazie a Beal, a cospargermi il capo di cenere e a tornare nei ranghi. Fino ad allora, ero e resto…Marksista ortodosso.
All’improvviso, il genio. Spencer Dinwiddie non è un giocatore comune, né un uomo comune: una ne pensa, cento ne fa. La sua ultima trovata: aprire una raccolta fondi per raggiungere la cifra di 24 milioni di dollari, ovvero quelli che occorrerebbero per pagare il suo stipendio. Se li avesse raggiunti, avrebbe lasciato decidere democraticamente ai tifosi, così divenuti i suoi datori di lavoro, in quale squadra militare, firmando al minimo salariale. Diversamente, tutto il raccolto sarebbe stato devoluto in beneficenza per l’emergenza-Covid. A molti è parso un atto di megalomania, mera pubblicità personale. Qualcun altro ci ha voluto leggere addirittura l’intenzione di cambiare squadra. A noi è parso un originalissimo modo di mettere a disposizione la sua immagine, con una trovata decisamente eccentrica, a scopo benefico. Ma noi, si sa, siamo di parte…
Il focus di #stillawake: la difesa dimenticata dagli analisti di mercato. Chi sarà il nuovo coach? Si punterà su Levert per il futuro o sulla bulimia da superteam? Sul mercato finiranno Allen, Harris o Dinwiddie? Queste, le domande più ricorrenti tra i tifosi perché questi (con Levert) i pezzi più pregiati dell’argenteria bianconera. Sono domande lecite, talora automatiche, tra i tifosi, anche in considerazione delle rispettive situazioni contrattuali, oggettivamente team friendly e, pertanto, doppiamente appetibili per la concorrenza.
È, tuttavia, impensabile che un GM come Marks non cerchi di delineare una visione d’insieme, direi organica, del futuro assetto tecnico-tattico della squadra: certo, alcune scelte saranno giocoforza condizionate dal ruolo che verrà ritagliato per Durant e da chi sarà il futuro capo allenatore, ma ci sono aspetti dai quali sarà impossibile prescindere in ogni caso. Ci sono giocatori che, per leadership, esperienza e qualità difensive, devono necessariamente far parte di qualunque team che si rispetti: anche i Lakers avrebbero qualche problemino ad affermarsi senza un Danny Green o senza cercare un Morris al mercato di riparazione, per intenderci…
Orbene, tutti parlano di star, qualcuno ancora di stretch big, ma finora nulla è stato detto sugli equilibri difensivi dei futuri Nets.
Va subito detto che la difesa non è stata, complessivamente, un vulnus, durante la stagione finora disputata: ottavi per defensive rating, undicesimi per percentuali concesse dall’arco, addirittura quinti assoluti per percentuali dal campo tenute mediamente dagli avversari. Tuttavia è luogo comune non troppo lontano dalla verità che le vittorie che contano si conquistino soprattutto con la difesa e, se si gratta la superficie ingannevole dei freddi numeri, come solo chi guarda le partite in diretta e per intero può fare, si evidenziano alcune criticità. Ne sottolineo tre: difesa sul portatore in situazioni di pick and roll, fisicità in spot 4, timing delle rotazioni e rimbalzi difensivi, specie in caso di difesa a zona.
Si tratta di aspetti da noi già ripetutamente sviscerati nei mesi prima del lockdown, per cui non entro nei dettagli tecnici. Quello che qui mi preme sottolineare è che anche i Nets, come chiunque ambisca a qualcosa, necessitano di specialisti veri, di gente, cioè, che sia in grado di chiudere le falle, guidare le rotazioni, marcare on e off the ball, comandare la difesa a livello vocale, tenere i mismatch, coprire le spalle alle star. Alle quali, ovviamente, si chiede anche abnegazione difensiva (e, sia detto per inciso, sia Durant che, contrariamente alla vulgata corrente, Irving sono potenzialmente ottimi difensori!), ma da cui non si possono pretendere sia pentole che coperchi.
Bene: sia visivamente, che statisticamente, i giocatori più aderenti a queste caratteristiche o sono andati perduti in corso d’opera per svariate ragioni (Nwaba, Shumpert), o hanno già dato più di quanto atteso e non possono essere commissionati anche di miracoli (Luwawu-Cabarrot); drammaticamente, infine, quelli che restano – e qui entriamo nel cuore del ragionamento – sono tutti in scadenza: Joe Harris, mastino sottovalutato e in grado di cambiare su più ruoli, sarà UFA a fine stagione, idem Wilson Chandler, prezioso quanto silenzioso assicuratore di tenuta fisica e rimbalzi. Last but not least, Garrett Temple, l’uomo che meglio di tutti ha incarnato il mastice, il leader, la voce imprescindibile e il condottiero difensivo, andrà in team option per un altro anno e il suo destino è, dunque, nelle mani di Sean Marks, che non potrà non considerarlo una potenziale zavorra salariale, se vorrà avere agibilità sul mercato delle trade.
Difficile sintetizzare, in due parole, l’importanza di avere un Temple a Brooklyn: veterano ascoltato anche dai leader, rispettato da compagni e avversari, combo capace di portar palla e, all’occorrenza, di dismettere i panni dello swingman difensivo e indossare quelli di backup point guard, assumersi la responsabilità di una tripla cruciale, costruire il gioco dal pick and roll senza far troppo rimpiangere i titolari. Soprattutto, per distacco, il miglior marcatore sulla palla visto all’opera durante la stagione. Non cercate conferme o smentite nelle statistiche, perché non ne troverete o non avranno valore: prima che un algoritmo, la pallacanestro è un bel gioco e, fino a prova contraria, le partite è bello vederle, non leggerle nei tabellini.
Tecnicamente, ad oggi, la situazione salariale non è delle più rosee, se si vuole completare il roster facendogli fare il salto di qualità: 135 milioni circa già occupati da contratti garantiti, il che vuol dire dover puntare tutto sugli scambi e, con ogni verosimiglianza, rinunciare a qualunque ipotesi di rinnovo per gli specialisti difensivi. Io direi che, tra gli obiettivi strategici per il futuro, prima di guardare alla stella da mettere in cima all’albero di Natale, sarà il caso di puntellare le fondamenta dell’edificio. E voi?
Marco Calvarese
Edito da Frank Bertoni
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