L’investigatore che ha incastrato l’assassino 29 anni dopo il delitto: «Così si è tradito, ma il complice è libero...»
LIVORNO. Il momento in cui il maggiore Michele Morelli, 54 anni da compiere, dal 2014 alla guida del nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno, ha capito di aver fatto giustizia col passato incastrando l’assassino di Francesco Della Volpe, lo ha bene in mente. «Era il 30 giugno 2015 – ricorda – esattamente ventiquattro anni dopo il delitto. Andammo a Borgo San Lorenzo, dove lavorava Ernesto Fiumicello, il cognato della vittima, per notificargli l’ordinanza di custodia cautelare. Lo trovammo nell’atrio dell’ufficio, davanti alla macchinetta del caffè. Quando si voltò e ci vide diventò bianco come un cencio. Ecco, in quell’istante ho avuto la percezione che sapesse perché eravamo lì...». Da quel giorno sono passati altri cinque anni prima della condanna a nove anni di reclusione emessa dalla corte d’assise d’appello di Firenze. In mezzo due assoluzioni, prima dell’ultimo colpo di scena.
Comandate, com’è cominciata l’inchiesta bis sull’omicidio di Casagiustri?
«Siamo nel 2013. Un ragazzo che nel 1991 aveva solo sette anni racconta che la sera del delitto a casa sua entrarono delle persone a fare la doccia portando via dei panni puliti».
E che c’entra questo con l’omicidio di Della Volpe?
«Perché la moglie della vittima, Carmela Granata, faceva le pulizie in quella casa e la sera in questione i genitori del bambino erano fuori a cena».
A questo punto che succede?
«L’allora procuratore capo affida l’inchiesta ai pubblici ministero Alessandro Crini e Fiorenza Marrara che delegano a noi l’indagine. Così rileggiamo le sommarie informazioni dell’epoca per capire quali dovevano essere approfondite. Ma l’intento investigativo era duplice: ricostruire l’ambiente familiare dove pensavamo che fosse nato l’omicidio e ricostruire il profilo della vittima».
E cosa scoprite?
«Gli investigatori si sono trovati di fronte a quello che oggi sarebbe catalogato come un codice rosa».
Perché?
«Dalle testimonianze è emerso che la vittima fosse un uomo molto violento e diventava ancora più violento quando beveva, se non ricordo male bianco Sarti, una specie di aperitivo. Inoltre era molto geloso. Ecco perché abbiamo focalizzato l’attenzione sul movente: perché è stato ucciso? Forse proprio perché era molto violento e prevaricatore?».
Dopo vent’anni come si ricostruiscono certi legami?
«È la cosa complicata dei cold case. Somigliano molto a certe serie tv o a un libro in cui ti devi immedesimare in un mondo passato, con dinamiche e relazioni diverse dal presente. E dove tutti, a distanza di tempo, vogliono solo dimenticare. Ecco perché abbiamo cercato di approfondire il nucleo familiare della moglie».
Cosa avete trovato?
«Dalle testimonianze siamo venuti a sapere che i fratelli e i cognati della moglie avevano già minacciato Della Volpe dicendogli che se non l’avesse fatta finita avrebbe passato guai».
Come siete arrivati a Fiumicello?
«La sorella di Della Volpe, Rosa, ci ha raccontato che il fratello, poco prima di morire, era il 28 maggio 1991, le aveva preannunciato una visita, confidandole che si sentiva perseguitato dal cognato. Non le disse il nome, ma che faceva lo spazzino a Trentola Ducenta, due particolari che portano dritti a Ernesto Fiumicello».
Avete ricostruito anche la notte del delitto?
«In forma virtuale attraverso le nuove tecniche di indagine in forma con l’aiuto filmati e foto dell’epoca. Diciamo che è stato un delitto molto cruento».
Nella prima inchiesta vennero effettuate anche delle intercettazioni. Vi sono servite?
«Sì, ma è stato necessario inserirle in un quadro più ampio. Come quella della sorella della vittima in cui dopo l’omicidio chiede conto della presenza di Fiumicello in Toscana».
Tra gli indizi contro Fiumicello c’è un particolare inquietante che riguarda il linguaggio non verbale: non è entrato in chiesa il giorno del funerale...
«Questo ce lo ha confermato anche il fratello di Della Volpe, Luigi. Ci raccontò che il primo cognato, allora marito della sorella più grande della moglie, era rimasto per tutto il tempo della funzione in auto».
Elementi che però non sarebbero bastati. Come il testamento morale della mamma della vittima che in punto di morte confidò alla figlia che «se era stata Carmela doveva essere perdonata».
«Ecco perché la procura nel gennaio 2013 ha affidato una consulenza tecnica per prelevare eventuali Dna, oltre a quello della vittima, presenti sui reperti trovati sulla scena del delitto: un cappellino e tre guanti».
La risposta?
«Vengono isolati due Dna, “Ignoto 1” e “Ignoto 2”. Da parte nostra facciamo i tamponi a ventuno familiari della moglie della vittima. Un anno dopo, nel marzo 2014, arriva la risposta: il profilo di “Ignoto 1” combacia con quello di Fiumicello. Un riscontro che viene confermato anche dal laboratorio del Ris di Roma».
Eppure in primo grado Fiumicello è stato assolto.
«Ma per insufficienza di prove. Non è facile estraniarsi dal presente e ricostruire un fatto avvenuto nel 1991. Ma c’è un’intercettazione ambientale che a mio avviso conferma la colpevolezza.
Quale?
«Quando Fiumicello racconta alla moglie che “è stato incastrato con un’altra testa...” quella di un ragazzo che si è fatto trascinare dagli eventi».
Il delitto però è risolto a metà: la posizione della moglie è archiviata mentre “Ignoto 2” è rimasto un fantasma...
«Sulla moglie è stato deciso di archiviare perché non c’erano elementi sufficienti. Sul complice invece un’idea me la sono fatta».
Quale?
«Che oltre a Fiumicello, quella notte, ad uccidere Della Volpe possa essere stato uno della famiglia o una persona che aiutava il cognato a fare lavori di edilizia quando veniva in Toscana...».
