«Vittime fragili, hanno bisogno di avere un leader»
l’intervista
La domanda che ora un po’ tutti si fanno è: com’è possibile che ragazzi alla soglia della maggiore età o anche oltre abbiano potuto credere che quel giovane poco più grande di loro, Matteo Valdambrini, fosse il diavolo, un vampiro, Omen o una qualche divinità egizia reincarnata, al prezzo delle assurde violenze di cui il “diavolo” è accusato? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Francesco Alagna, che per conto dell’Osservatorio nazionale abusi psicologici ha seguito le prime fasi delle indagini e ha accompagnato almeno quattro delle vittime nel difficile percorso per venirne fuori.
Allora, avvocato, com’è possibile?
«Beh, se è per questo ci ha creduto anche qualche adulto. È un meccanismo abbastanza semplice: si viene inseriti in un gruppo già consolidato, magari presentati da amici in cui si ha fiducia. Poi si viene raggirati con trucchi certamente abili, suggestionanti per le modalità e il contesto. L’arrestato è sicuramente un giovane molto intelligente e carismatico, molto bravo a costruire il suo personaggio. Gli stessi genitori dei ragazzi hanno avuto il dubbio che ci fosse qualcosa di anomalo, intendo che non fossero solo trucchi».
E può bastare solo questo, una fialetta di sangue finto, uno svenimento fasullo, per irretire tutti questi ragazzi?
«Alcuni sono rimasti dentro il gruppo, nonostante le pratiche descritte nell’indagine, perché hanno avuto paura delle possibili conseguenze per i loro familiari. C’era un ricatto, la minaccia di far morire la sorellina piccola».
Lei si è dovuto occupare o è venuto a conoscenza di storie simili. Qual è il meccanismo che sta alla base di questi gruppi?
«Il minimo comun denominatore è la presenza di persone deboli, fragili, che hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro. Il leader lo capisce e le asseconda, le fa sentire in debito e poi chiede qualcosa in cambio. Fa leva sul senso di colpa, sulla paura di essere abbandonati».
E qual è l’obbiettivo del capo che si circonda di queste persone fragili?
«In tutte queste storie ci sono sempre tre elementi: soldi, sesso e potere. In questo caso non si parla di soldi, ma gli altri due elementi ci sono. Il capo persegue il potere e spesso alla base del suo comportamento può esserci un trauma avvenuto nell’infanzia».
Le famiglie dei giovani che si sono rivolti all’Onap come hanno preso la notizia dell’arresto dello studente universitario?
«Speravano che l’arresto scattasse prima. Tenga conto che è passato quasi un anno dalle prime denunce anche se mi rendo conto che è servito un po’ di tempo per fare le indagini e trovare i necessari riscontri. Avevamo sentito che stava ricostituendo un altro gruppo dopo gli abbandoni di alcuni membri. È un ragazzo molto intelligente, credo che abbia intuito che stavano indagando sul suo conto».
E però non si è fermato, come dimostrano gli incontri andati avanti fino al mese di febbraio. — p.n.
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