Il calvario di un medico che segue mamma, papà e nonna malati di Covid: «Io ho comprato e fatto i tamponi»
UDINE. Genitori e nonna positivi. Servizi lenti e a singhiozzo. Materiale sanitario difficile da trovare. È la storia del calvario di un medico udinese e della sua famiglia.
Lunedì 7 dicembre uno dei due genitori, mamma Giordana, avvisa: “Ho la febbre alta”. Si mette a letto e prova a contrastarla con la Tachipirina. Martedì 8 è la festa dell’Immacolata Concezione e così il primo contatto con il medico curante avviene mercoledì.
Nel frattempo la figlia, medico, tiene la situazione sotto controllo: sa bene che prima di attivare i canali “covid” bisogna comunque attendere due o tre giorni.
Mercoledì, dunque, avvisa il medico di base, ma a quel punto, in casa i positivi sono diventati tre: madre, padre e nonna. Tutti con la febbre. Giovedì le cose cominciano a precipitare, la signora Giordana si sente male e perde i sensi. Il padre la trova distesa in corridoio.
«Corro a casa molto preoccupata – racconta il medico – e fortunatamente la situazione lentamente migliora. Nel frattempo la nonna non ha più la febbre, ma la saturazione non mente: è troppo bassa. Mi procuro i tamponi rapidi. Le infermiere, con cui lavoro, mi spiegano come si eseguono e riparto per casa dei mie: sono tutti positivi, ma manca la conferma molecolare».
Venerdì arriva a casa dei malati un medico dell’Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per visitare mamma Giordana.
«Non lascia nulla, se non un foglietto dove vanno annotati i parametri: come se una persona con 39,6 di temperatura fosse in grado di farlo...». Lunedì tornano, stavolta per la nonna: la musica non cambia.
«Decido che non c’è più tempo da perdere – racconta il medico – e comincio la terapia-covid, steroidi ed eparina, e poi l’ossigeno che non trovo molto facilmente, anzi.
Una sola bombola in una farmacia e un gorgogliatore in un’altra, dopo varie telefonate effettuate dal farmacista. Naturalmente – continua – mi sono dovuta mettere in ferie per stare a casa dei miei e curarli; senza sapere quale sarà l’esito finale. Non potevo restare a guardare».
Venerdì 18 dicembre, finalmente, i tamponi, ma non a tutti: «Si sono dimenticati del terzo, il primo a essere stato segnalato, quello della mamma. Il medico di base ha dato la colpa al Dipartimento di prevenzione; il Dipartimento al medico curante, ma a farne le spese sono i pazienti. I miei».
Lunedì 21 la signora Giordana, era ancora in attesa del tampone. Positivi, invece, papà e nonna che resta sotto ossigeno. «La situazione sembra migliorare – conclude il medico –, ma mi chiedo cosa sarebbe potuto accadere se non fossi stato medico o se i miei non avessero avuto nessuno». —
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