Quasi 1.400 attività annientate dal covid in Toscana: colpiti soprattutto bar e ristoranti
Quasi 1.400 imprese del terziario – su 212mila in tutta la Toscana – costrette ad abbassare per sempre il bandone sotto il peso della crisi. Soprattutto bar e ristoranti, oppressi dalle chiusure imposte dal lockdown, prima, e dalla zona arancione e rossa, poi. Ma non sarebbe finita qui. Perché secondo l’indagine condotta da Format Research per conto di Confcommercio Toscana, nel tessuto economico regionale, sono 7.500 le aziende “zombie”: imprese ancora aperte e che resistono, nonostante tutto, soltanto grazie ai ristori. Ma – stima la Confcommercio – con ormai i giorni contati. E meno male gli aiuti alle imprese, per quanto esigui rispetto alle necessità, sono stati erogati, sottolinea l’associazione di categoria. Altrimenti sarebbero state 20mila in più le attività cessate tra la fine dell’anno scorso e i primi mesi del 2021.
È un quadro drammatico quello che emerge dall’indagine dell’istituto di ricerca. Che dipinge un 2020 che ha spinto nel baratro migliaia di aziende. E, con loro, i lavoratori. Sì perché un dipendente su cinque, ora, rischia di perdere il posto. I numeri, d’altra parte, parlano chiaro con una grande quantità di attività in sofferenza: rispetto al 2019, le aziende toscane del terziario hanno guadagnato, in media, 14 punti percentuali in meno, con, nello specifico, i ricavi del turismo e di bar e ristoranti crollati addirittura del 60 per cento. Per non parlare delle nuove assunzioni di personale, scese, di conseguenza, del 44 per cento.
E le nuove aperture di attività? Calano del 20 per cento rispetto al 2019 con sempre meno imprenditori invogliati a investire in nuove imprese. Sarà, poi, che il tempo trascorso in casa è maggiore, perché l’unico spiraglio di luce arriva dal settore dei servizi che, a differenza degli altri, registra il segno positivo con 522 attività in più nel 2020 (soprattutto legate alla tecnologia e all’elettronica) a fronte del 2019. Ma, per il resto, c’è molto poco da gioire. Per Franco Marinoni , direttore di Confcommercio Toscana, c’è un solo modo per risollevarsi dalla crisi e scongiurare nuove chiusure: tornare a lavorare. Al più presto. «E smetterla di considerare il settore terziario, soprattutto i pubblici esercizi, la causa dell’aumento dei contagi – sottolinea – basta guardare le foto di treni e bus pieni di gente per capire come i problemi siano altrove. Nei ristoranti, infatti, si lavora su prenotazione, c’è il distanziamento tra i tavoli, la sanificazione dei locali. Gli assembramenti sono in altri luoghi, non nei locali. E basta osservare quanto successo a San Valentino. Con i locali costretti a chiudere da un giorno all’altro e ad accontentarsi dell’asporto o delle consegne a domicilio. Quel momento, per tante attività, avrebbe significato una boccata d’ossigeno. E invece nulla, è stato loro negato anche quello». D’altra parte, il direttore Marinoni sa che con il Covid-19 bisognerà farci i conti, ancora a lungo. «Troppo a lungo per pensare che questa sia la soluzione – precisa – i ristoranti, in questo momento, sono chiusi al pubblico ma la situazione non cambia. Da alcune settimane assistiamo a un nuovo aumento dei contagi, in Toscana. Sappiamo bene, tutti quanti, che c’è un’emergenza sanitaria in corso, la più grave di sempre».
Poi una provocazione: «O troviamo il modo di conviverci, con il virus, oppure chiudiamoci in casa e usciamo soltanto tra un paio di anni, quando il pericolo sarà scampato», precisa. «Serve un piano vaccinale serio per difenderci dal Covid – aggiunge il direttore di Confcommercio – ma, sullo stesso livello per importanza, serve un piano per difendere le imprese dalla crisi. Ecco quello che chiediamo: fateci lavorare, dateci la possibilità di ripartire. Ci appelliamo all’autorevolezza del presidente del Consiglio, Mario Draghi . A lui chiediamo di ascoltare il nostro grido di disperazione. E di programmare la ripartenza. Insieme».
Se da una parte, infatti, non c’è più nulla da fare per salvare le 1.400 attività che già hanno chiuso, dall’altra ce ne sono 7.500 a rischio. Ma per le quali, per fortuna, non è ancora detta l’ultima parola. «La soluzione non è blindare i pubblici esercizi – conclude Marinoni – in questo modo non fermeremo l’avanzata del virus: sarebbe già successo, vista la chiusura di bar, ristoranti e pub. Ma di certo migliaia di altre aziende saranno condannate a morte. Ingiustamente».
