La cultura una bussola per il futuro di Ferrara
FERRARA. Se la direzione è quella giusta lo diranno il tempo e, meglio ancora, i numeri. Ma bisogna partire da un punto fermo. Ferrara non ha la meccatronica o il biomedicale. La cultura e l’arte sì. Più di tante altre vicine di casa. Capito questo, la rotta è facile da tracciare. E il Teatro comunale è uno dei punti cardinali. Eppure l’Abbado, per incassi e capacità produttiva, è uno degli ultimi nelle classifiche dei teatri di tradizione, non solo dell’Emilia-Romagna. Proviamo a ripartire da qui, senza polemiche ma con un filo di orgoglio e una visione di prospettiva. Un direttore c’è e, tra sorprese e rinunce, c’è pure un nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione che regge il comunale. I nomi sono tutti da cartellone: Moni Ovadia, Michele Placido, Pietrangelo Buttafuoco, Mogol come consulente musicale. Certo, il curriculum da solo non è garanzia di successo. Ma è già qualcosa in un Paese che ha assegnato poltrone ben più delicate a venditori ambulanti e affini. Se l’operazione avrà successo potrebbe essere un mattone importante verso un processo fondamentale: rimettere la cultura al centro di molte decisioni. Perché, prima o poi, il Covid sarà un ricordo e il mondo ripartirà. E la cultura può tornare a essere il traino del turismo, necessario come l’aria per questa città. Al di là degli assetti del Teatro comunale che hanno tenuto banco in queste settimane, la sfida è investire sull’intero settore facendone un perno nell’idea di sviluppo della città. A Moni Ovadia piace citare l’esempio di Bilbao: «Non è la città più bella della Spagna ma da quando ha il museo Guggenheim ha un milione e mezzo di turisti all’anno». Ecco, non è necessario arrivare a tanto. Ma si può avere il coraggio di investire e sognare. Ne trarrebbero vantaggio tutti, anche solo per le potenziali occasioni di svago. Perché, per dirla come il Don Giovanni mozartiano: “Giacché spendo i miei denari, io mi voglio divertir”…
