Una pesante cappa di sospetto
REGGIO EMILIA. Non è tanto la “perdita di credibilità” che il Consiglio superiore della magistratura imputa al procuratore capo di Reggio Emilia Marco Mescolini, quanto l’alone di sospetto sull’intera città, un intreccio che getta ombre pesanti sui rapporti tra giustizia e politica.
Della prima risponde solo il magistrato. Sulla seconda invece dovrebbero interrogarsi in tanti. E, possibilmente, provare a dare risposte. La Gazzetta di Reggio ieri ha raccontato nel dettaglio la ricostruzione fatta dal Csm del caso che coinvolge Mescolini: il suo rapporto con Luca Palamara, l’ex magistrato che manovrava nell’ombra, ma non troppo, per decidere i vertici delle Procure di mezza Italia, e i presunti favori al Partito democratico fatti di tattici ritardi su alcune inchieste per non danneggiare il partito.
“Aveva preteso la posticipazione di già programmate perquisizioni negli uffici comunali a una data successiva allo svolgimento delle consultazioni elettorali per l’elezione del sindaco”, racconta una dei magistrati reggiani sentita dal Csm.
Lo stesso accade per l’indagine Angeli e Demoni nella quale sembra che Mescolini volesse ritardare le notifiche degli avvisi di garanzia perché le elezioni regionali erano dietro l’angolo. L’unica a non remare contro il procuratore capo è l’avvocato Celestina Tinelli, dimissionaria presidente dell’Ordine degli avvocati reggiani che parla di una Procura che da fuori appare “unita”.
Ecco, forse solo da fuori. Per la cronaca Tinelli viene definita non troppo affidabile. Perché? Per le chat che anche lei scambia con Palamara esprimendo giudizi sulle future nomine dei procuratori. C’è molto in quel documento del Csm. Compreso il ruolo della stampa.
Si parla della campagna mediatica sul caso partita già nella primavera dell’anno scorso quando furono pubblicati stralci delle prime chat tra il giudice Gianluigi Morlini e Palamara, seguite il 14 di agosto da quelle integrali, proposte proprio dalla Gazzetta di Reggio, tra Mescolini e ancora Palamara. Tra chi è coinvolto nella faccenda si percepisce quasi un senso di fastidio. Ma è stata la riprova del valore fondamentale del buon giornalismo in ogni società democratica. Perché, se non ci fossero stati i giornalisti, con il loro lavoro di inchiesta e i loro articoli, oggi forse la faccenda sarebbe sconosciuta ai più o confinata ancora nelle chat private di qualche magistrato.
Eccolo qui: il ritratto d’interno della giustizia reggiana. Che garanzie può dare un sistema come questo ai cittadini? Poche verrebbe da dire, tanto che il Csm si prepara a dichiarare l’incompatibilità di Mescolini disponendo il trasferimento fuori regione. Ci sarà da lavorare e ricostruire perché da questo pasticcio ne esce offuscato anche il governo della città e sarà difficile sminare il terreno e riportare il giusto equilibrio tra ogni parte in causa.
Mettiamola così: se in futuro chiunque sarà chiamato a reggere la Procura dovesse decidere di indagare il sindaco o qualche assessore si potrebbe aprire il fronte polemico della ritorsione. Insomma, quel che prima non sarebbe stato toccato adesso lo si bastonerebbe. E basterà il trasferimento di Mescolini per spazzare via la conflittualità che si respira a palazzo di giustizia?
Magari sì. Ma per sollevare la cappa di sospetto ora servirebbe che anche gli esponenti del Partito democratico nominati a vario titolo nel documento del Csm facessero chiarezza. L’imbarazzo è comprensibile ma il silenzio si nota di più di qualsiasi spiegazione. Sì, nel dubbio amletico alla Ecce bombo di Nanni Moretti, ci sentiremmo di consigliare la seconda opzione.
