Sarà la sanità la vera malata da curare
MANTOVA. Un’urgenza a cui difficilmente il governo Draghi potrà metter mano, è una riforma sensata della sanità. La vediamo sofferente da un anno nel combattere il virus, sbandare, reagire, a tratti collassare. Il Covid amplifica i limiti di un mondo che ha male interpretato, sciupato, l’enorme margine di autonomia concesso.
Ad ampliarsi sono state le differenze e le disfunzioni. E oggi, a ogni step della battaglia, pur evitando il default, si procede a macchia di leopardo e comunque a tentoni. Prendiamo i vaccini, l’unica arma concreta per risollevarci almeno un po’: Lazio, Friuli Venezia Giulia, Emilia sono clamorosamente più avanti della Lombardia.
Non importa il Pil, né il colore appunto diverso di chi governa quei territori. C’è, al di là degli errori e delle inefficienze di qualcuno, un vuoto di indirizzo, coordinamento, controllo che alimenta il moto centrifugo: innescato dalla presunzione di saper fare da soli, dall’ambizione di distinguersi dal vicino (whatever it takes, nell’accezione peggiore) lasciando che la sua erba appassisca o bruci.
Quando, sfiniti, avremo superato la pandemia, ci ritroveremo daccapo: con l’assistenza territoriale in frantumi (chi riconosce ancora il medico di base come riferimento primo? Chi ottiene una risposta accettabile da una guardia medica? Chi può evitare di ammassarsi per ore in un Pronto soccorso?); e con le eccellenze nei servizi e nelle prestazioni semi inaccessibili causa liste d’attesa. A meno di rivolgersi al privato, già...
Draghi non avrà tempo, forse, per affrontare tutto ciò; l’Italia non sappiamo se avrà le risorse per avviare un cammino diverso; ma sarebbe ora comunque di far circolare almeno le idee in proposito, partendo proprio dai territori, dalle città e dai paesi, che in questo corto circuito sono stati esautorati completamente vedendosi sottratto qualsiasi potere e margine d’intervento: escluso il far fronte alla sofferenza dei cittadini, un male sottile e a volte tremendo.
