Le strade e le piazzette di Cittavecchia sono la topografia della mia anima
TRIESTE Esistono posti dove ti senti istintivamente a casa. Non sai perché, ma succede. Qualcosa nell’aria? Probabile. A Trieste mi capita sempre nella città vecchia. Forse perché sono cresciuto là vicino e le vie, viuzze e piazzette hanno fatto parte, da sempre, della mia quotidianità. L’età mi consente dei ricordi ormai improponibili, nell’area rinnovata, ma sempre vivi, vivissimi. Mi vedo passare in auto lungo la via Crosada, a bordo della mia improbabile 127 turchese, o magari affrontare a piedi le scale di Santa Maria Maggiore o quelle del giardino di via San Michele ancora aperto a tutti, o imboccare la via della Bora nella giornata giusta e capire perché si chiama così. Ogni angolo una sensazione, ogni pietra un flash della memoria. Capita così, quando il dato topografico diventa parte di te, il semplice indirizzo un luogo dell’anima. E poi gli odori…Li ho sempre abbinati, per forma mentis, quasi, a un posto particolare. E l’odore di Cittavecchia è unico, come quello della metropolitana di Londra. Ma mentre lì si mescolano aromi di olio di macchina, sudore, fumo, vita vissuta di milioni di persone, qui l’atmosfera è più intima e, passando per le vie dei Fornelli o dei Cavazzeni, addentrandosi nel vecchio ghetto ebraico, ti trovi a chiederti cosa sia quell’effluvio, quell’afrore, quasi, che tutto il cemento e tutte le mani di pittura imposte dal piano Urban non sono riuscite a cancellare. Poi capisci. È un semplice, primordiale odore di malta, la base di tante abitazioni, cui si unisce una punta di salsedine, perché non solo l’aria marina riesce a infiltrarsi tra i vicoli per la vicinanza delle Rive, ma il mare è proprio qui, qua sotto, coperto da bonifiche e palificazioni che non sono però riuscite a nasconderne l’intrinseca presenza. Il Teatro romano, in questo magico contesto, mi sembra quasi un corpo estraneo, svilito dalle tante architetture moderniste che lo circondano e che hanno preso il posto di tante altre belle, solide, affascinanti casette come queste. Probabilmente doveva essere uno splendore quando vi si attraccava davanti. Con la Questura di fronte e un simil-grattacielo a lato, molto meno. Per questo è meglio rientrare nel ghetto, stupirsi di come un giovane chef, Luca Morgan, sia riuscito a fare di una piazzetta un villaggio della ristorazione, proprio nel momento peggiore per la sua categoria, mandare un saluto simbolico a Marino, sede di tante scorribande giovanili e di tanti rimpianti in età matura. Ma questo angolo di Trieste si vive meglio dall’interno, e per questo non c’è posto migliore della via Capitelli. Bisogna prenderla dal basso, dal centro di Cavana e godersi, letteralmente, ogni suo metro. A partire dalla Casa della Musica, istituzione benemerita che ha portato allo scoperto la considerazione, se ce ne fosse stato il bisogno, che la città è ricca di talenti. Musicisti in erba e attempati amateur convivono nelle sue stanzette e nel suo studio di registrazione e si ha una generale sensazione di vivacità che fa bene al cuore.
Di locale in locale, c’è il tempo anche per un saluto ad Alberto, che ha trapiantato proprio qui, senza rigetto, un angolo di Toscana, mentre di fronte i tavolini del Cemut, strapieni, parlano meglio di mille parole della stupidità di certi campanilismi. Sarà un caso, ma tutta questa abbondanza di luoghi di ristoro aiuta di sicuro ad affrontare meglio la parte finale, la rampa che conduce a piazzetta Barbacan. Qui, invece, le vestigia romane convivono al meglio con l’ambiente. Lo stesso Arco di Riccardo, forse per non disturbare, si è fatto inglobare parzialmente dentro a un edificio e a un ristorante. La strana forma, su più livelli, dell’area, ricorda certi angoli di Montmartre, confermata dalla recente esplosione dei tavolini. Il triestino ama, adora vivere all’aperto, e io non faccio eccezione. La scoperta dei bracieri, poi, consente di esaltare questo vezzo dodici mesi su dodici.
San Giusto è ormai a pochi, ma intensi passi. Basterebbe affrontare l’impegnativa salita di via della Cattedrale e in dieci minuti si sarebbe sul sagrato. Ma la memoria vuole, impone quasi di tornare nei posti più amati. Macchina indietro, dunque, e un breve tratto di via Donota in discesa prima di rituffarsi tra le casette restaurate che portano alla Tor Cucherna, un mini-borgo cui ha ridato vita, dopo decenni di abbandono, un piano di edilizia popolare. Le mutande alle finestre, le lenzuola messe a stendere non faranno magari parte di una coreografia ideale ma parlano di persone, di vite da vivere, di città che pulsa.
Di gradino in gradino prende forma alle mie spalle la vista della Trieste dall’alto, che sembra di toccare. Via Capitolina è a un passo e faccio fatica a distogliere lo sguardo dall’alabarda spelacchiata, simbolo emblematico di un degrado che non riguarda, ahimè, solo le piante. Ma San Giusto è a due passi. Il castello, la cattedrale, quella sorta di campo da calcio naturale di pietra, tra le colonne romane, che fu teatro di interminabili partite, sempre con l’ansia del possibile arrivo del “guardian”. Mi sposto, e da un osservatorio privilegiato guardo città e mare. E, chissà perché, mi rivedo in una foto da bambino, nello stesso posto, sorridente e fiero della mia retina per farfalle. Trieste fa anche questo.
