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Декабрь
2021

Portualità e laguna. A Venezia equilibrio difficile se cadono i divieti di scavo

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VENEZIA. Fermate il “sacco” della laguna. Un appello e una diffida sono in viaggio per Roma e Bruxelles. Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste hanno deciso di riaccendere i riflettori sugli interventi in corso e sui "Piani" in via di approvazione in questi giorni. I toni sono quelli di altri tempi, l’allarme alto.

«Ma il momento è critico, siamo di fronte a una svolta preoccupante» dice Stefano Boato, ambientalista storico e urbanista, «si stanno approvando cose che messe tutte insieme mettono a rischio la sopravvivenza futura della laguna. Destinata a essere trattata come un bacino portuale, mentre è uno dei siti Unesco più importanti del mondo».

Ed ecco le lettere, che saranno inviate al premier Mario Draghi e alla commissione Europea. La prima scadenza è per domani, mercoledì. Al Comitato Tecnico di Magistratura, organo che approva i progetti del ministero delle Infrastrutture, va in approvazione la nuova stesura del Piano Morfologico. Quello del 1993, realizzato dal Consorzio Venezia Nuova a guida Zanda, è ritenuto superato.

«In base alle nuove conoscenze» si legge nell’introduzione, «è necessario un suo aggiornamento». Che significa? Che alcuni divieti di scavo e di interventi previsti dalla Legge Speciale, dal Palav e dalle normative europee possono essere in qualche modo aggirati.

Si può scavare, se si attrezzano difese artificiali. Piano presentato da Corila e Thetis, bocciato dal Provveditorato quando il presidente era Roberto Linetti. Adesso ripreso e pronto all’approvazione.

«Il guaio» racconta Boato, vecchio saggio di cose lagunari, «è che gli interventi sono tanti. E messi uno vicino all’altro rischiano di far passare in pochi mesi opere che la Legge Speciale aveva bloccato».

L’erosione delle barene, la perdita dei sedimenti in mare. Fenomeni accelerati dagli scavi, dalle grandi opere, dal passaggio delle navi e dal moto ondoso, come dimostrato. Il secondo punto critico è rappresentato dagli scavi dei fondali.

Nel piano del ministero guidato da Enrico Giovannini sono previsti scavi per circa 7 milioni di metri cubi, per un costo di 201 milioni di euro. Per approfondire il canale Vittorio Emanuele, scavare il bacino di evoluzione, realizzare i nuovi terminal per le grandi navi da crociera dentro la laguna, a Marghera in Canale Industriale Nord.

C’è il problema di dove mettere questa massa enorme di sedimenti scavati, in parte inquinati perché prelevati dai fondali dell’area industriale. Ecco allora il nuovo Protocollo Fanghi. Anche questa è una norma in vigore dal 1993, che classifica i fanghi secondo il loro tasso di inquinamento. Anche questa deve essere «aggiornata».

Del nuovo protocollo si parla da anni. Il ministero per l’Ambiente non ha mai nascosto le sue perplessità. Lo stesso ministero, insieme a quello dei Beni culturali (leggi Soprintendenze e organi di tutela) si è astenuto in commissione di Salvaguardia quando si è trattato di approvare la nuova discarica per i fanghi in cassa di colmata. Progetto passato a maggioranza.

Anche su questo Italia Nostra ha annunciato ricorso. E nel frattempo i fanghi scavati dal canale Malamocco-Marghera vengono portati all’isola delle Tresse. Altra vicenda finita sotto la lente di ingradimento delle associazioni ambientaliste, e della Guardia di Finanza, lLa concessione in project financing alla società Tressetre _ di proprietà di Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova coinvolta nello scandalo Mose _ è infatti scaduta nel 2016. Prorogata fra le polemiche e le accuse di illegittimità per dieci anni.

«Anni di cultura ambientalista e di norme fatte per conservare la laguna rischiano di essere spazzati via» dice Boato, «è necessario fermarsi e riflettere».

Il nodo è sempre lo stesso. Prima la portualità o la difesa della laguna? Negli anni Sessanta le proteste non avevano fermato lo scavo del Canale dei petroli, ritenuto oggi tra i responsabili del dissesto della laguna e dell’aumento delle acque alte.

Negli anni Duemila si era pensato di risolvere il conflitto costruendo la conca di navigazione a Malamocco. Grande opera inutile e costosa, mai entrata infunzione,

Dopo mezzo secolo di studi e battaglie, si è capito che le grandi navi e gli scavi non fanno bene all’ecosistema. E che si deve puntare al riequilibrio. Ma delle grandi navi fuori della laguna non vi è traccia. Gli scavi continuano e alimentano un business infinito. Ma le barene stanno scomparendo. Di questo passo, tra qualche decennio la laguna non esisterà più.







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