Viaggio dentro l’Acquamarina fra crepe e macerie. Politici e tecnici: «Bisogna abbattere tutto, la rifaremo»
TRIESTE. L’orientamento è quello di abbatterla e ricostruirla da zero. A vederla da fuori sembra che non abbia un graffio ma, dopo il sopralluogo tecnico compiuto venerdì 14 gennaio dal Comune sul sito dell’Acquamarina, il sindaco Roberto Dipiazza vede pochi spiragli d’alternativa.
Il catastrofico crollo del 2019 ha segnato in modo esteso tutta la struttura, tanto che rimetterla a posto potrebbe costare più che rifarla da capo.
Una cifra già c’è, cinque milioni e mezzo di euro, ma soltanto le prime proposte progettuali daranno un’idea di quale sarà l’importo complessivo dell’operazione.
Veniamo al sopralluogo. È una mattina inusitatamente calda di gennaio, e un capannello di persone attende di fronte al cancello della recinzione che circonda la piscina.
Sono i tecnici del Comune, capitanati dal direttore del Servizio edilizia scolastica e sportiva Luigi Fantini. Il sindaco arriva sul posto poco dopo assieme all’assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, reduci da un altro sopralluogo a Ponterosso.
Qualcuno ha staccato e arrotolato la rete metallica della cancellata, aprendo l’accesso all’area dissequestrata dalla magistratura un mese fa: succede sempre, in questi casi, che qualcuno trovi un modo per intrufolarsi.
Con un tic familiare, Dipiazza si fa aiutare dall’Ufficio stampa del Comune e dal capo di gabinetto a rimetterla a posto: «No te pol tignirlo fermo e fumar el sigaro contemporaneamente», rimbrotta.
Aperto il cancello, il gruppetto fiancheggia la costruzione dal lato della Sacchetta. L’Acquamarina fu costruita con un rapido cantiere alla fine degli anni Novanta, nell’ultimo periodo dell’era Illy: la finanziò interamente la Fondazione CRTrieste e fu inaugurata nella primavera del 2000.
Scartabellando gli archivi dell’epoca si scopre che, nei suoi primi anni di attività, la piscina fu accolta con l’abituale scetticismo dai triestini, che sulle segnalazioni del Piccolo lamentavano spazi inadeguati negli spogliatoi per i disabili, pavimenti poco sicuri («si scivola») e via dicendo.
Si tratta, in realtà, delle stesse pecche che gli utenti dell’Acquamarina rimproverano tutt’oggi alla vecchia struttura. Che nonostante tutto, però, nel frattempo era diventata un’istituzione cittadina, con oltre 500 frequentatori abituali, dai neonati alla terza età, abituati a contare su uno spazio terapeutico a due passi da casa.
Al netto degli spogliatoi asfittici e delle scomodità, la struttura era comunque magniloquente nello stile e nei volumi, con colonne, cupole vetrate e terrazzi. All’epoca si era voluto fare le cose in grande.
Ora, però, i segni del crollo del luglio 2019 sono visibili anche all’esterno, basta avvicinarsi un po’. Lungo le colonne cilindriche verdi corre una crepa verticale. «Cosa si fa qua?», chiede il sindaco all’ingegnere.
«Al massimo si mette un’armatura, ma non è che si possa granché riqualificare», risponde il tecnico. Il gruppetto entra all’interno dell’edificio, l’interno è ingombro di rifiuti e detriti, lì da tre anni.
L’affaccio sullo spazio della vecchia piscina è impressionante: il tetto è caduto come uno smisurato tassello del tetris all’interno delle quattro mura, sfracellandosi all’interno della vasca.
«Forse ci converrà creare un varco nell’edificio per portare fuori tutte queste macerie, mi sembra più facile così che con la gru».
Al termine della visita il primo cittadino tira ancora una volta il fiato per le circostanze “fortunate” in cui avvenne il crollo: «Davanti a quello che abbiamo visto oggi – dice – ringraziamo il buon Dio per non aver avuto 50 morti, questa è la realtà.
Sentiti e tecnici, la decisione che abbiamo preso è quella di buttare giù tutto perché è in condizioni da paura».
Oltre al crollo e ai danni strutturali, aggiunge, bisogna tener conto del degrado della parte impiantistica della piscina, che aveva uno dei suoi punti di forza principali nella sua vasca con acqua di mare.
«Le correnti galvaniche nel frattempo hanno eroso tutti i tubi. Il contratto con l’Autorità portuale scade al 2029, per allora dobbiamo pensare a una soluzione valida».
L’obiettivo del Comune è costruirne una «migliore e più grande», ma ora bisogna attendere i progetti preliminari. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di una struttura più ampia, magari prefabbricata.
La cosa di cui il sindaco è certo, però, è l’abbattimento: «È questa la decisione che abbiamo preso questa mattina – conclude – e naturalmente consulteremo e ci sentiremo con le associazioni, le realtà e i principali frequentatori della piscina terapeutica».
Anche Lodi è colpita dalla portata del disastro. Ora bisogna lavorare su progetto e rimozione delle maceria: «Complessivamente abbiamo circa cinque milioni di euro a disposizione (un milione dal Comune, due dalla Regione e due dal governo) ai quali si aggiungeranno i 500 mila euro del risarcimento dell’assicurazione.
Potremo così intervenire completamente e realizzare una nuova struttura, importante per la città, per chi vive situazioni di disabilità e per i servizi di terapia offerti».
Non è una passeggiata: già le operazioni di eliminazione delle macerie e di abbattimento sono un bel rebus. Inoltre la Sacchetta è un’area pregiata del centro cittadino, e qualsiasi nuova piscina dovrà adeguarsi alle indicazioni della Soprintendenza quanto a stile ed impatto.
Infine il problema dei costi, che dovranno essere per forza contenuti. Ricordiamo che il Comune mantiene aperte, in parallelo, le due ipotesi di nuova piscina in Porto vecchio (Supera e Icop-TermeFvg).
Concluso il sopralluogo, il drappello comunale devia per gettare uno sguardo al cantiere, di recente apertura, al vicino Meccanografico. Il cortile retrostante il palazzone di cemento è stato ripulito per far spazio ai lavori.
Una gru sta calando sul tetto un’altra piccola gru. Dall’altro lato della strada corrono i binari del porto, con i lavori in corso dell’Adsp sulla linea ferroviaria. La portavoce del coordinamento delle associazioni per la terapeutica, Federica Verin, dice: «Il sindaco mi ha chiamato dopo il sopralluogo e mi ha detto della necessità del suo abbattimento.
Noi ci troviamo d’accordo. Non dico che ci speravamo, ma è la soluzione migliore per fare presto e soprattutto per redistribuire gli spazi, visto che la concessione con l’Adsp è più ampia della vecchia struttura».
