La badante è positiva al Covid, anziana costretta a lasciarle la casa
PADOVA. La sua badante è positiva al Covid-19 e l’anziana è costretta a lasciare la propria abitazione per dieci giorni. È successo tra la vigilia di Natale e l’inizio dell’anno, una situazione per certi versi paradossale e che ha evidenziato una falla nel sistema di welfare: che fare in questi casi, a parte organizzarsi alla meno peggio?
E quante sono storie simili a quella della protagonista della vicenda, una pensionata di 88 anni, invalida al 100%, che vive in centro a Padova? La figlia della donna è iscritta allo Spi Cgil, si è rivolta al sindacato per sollevare la questione e ripercorre l’accaduto: «A seguire mia mamma giorno e notte è una assistente familiare convivente. Lo scorso 24 dicembre, dopo un tampone, è risultata positiva».
Nessun sintomo grave, era vaccinata. Tutti con la terza dose: badante, anziana, familiari. Ma bisognava rispettare le regole della quarantena, peraltro in un periodo in cui erano più rigide rispetto ad ora. «Per fortuna oltre a mia madre, solo io e la vedova di mio fratello dovevamo sottoporci alla quarantena», prosegue la figlia, «e così, non avendo la badante un posto dove andare per rispettare l’isolamento, abbiamo provvisoriamente portato la mamma da mia cognata, che vive da sola, valutando il male minore e sperando nel frattempo di trovare una soluzione alternativa».
La soluzione alternativa non è stata trovata: in questo evidente paradosso è difficile capire come muoversi, pur ritrovandoci di fronte a una rete familiare compatta e presente che può garantire soluzioni – tampone che ad altri anziani o anziane non sarebbero consentite.
«Mia mamma», aggiunge la donna, «era confusa, in alcuni momenti ha chiesto di capire cosa stesse succedendo, perché non fosse a casa sua, soffre anche di un medio deficit cognitivo. Ci hanno suggerito di provare a chiamare gli alberghi, ma non ce ne sono di disponibili. Noi siamo riusciti ad organizzarci, non avremmo mai lasciato la signora che segue nostra madre per strada, ma immagino ad altre situazioni, a chi è in maggiore difficoltà. Per esempio, in una casa piccola come si può praticare la quarantena senza contagiarsi tutti?».
Il sindacato alza il livello di allarme sul rischio che alcune emergenze di fatto non vengano affrontate, lasciando le persone in una sostanziale e desolante solitudine. «Crediamo che le amministrazioni locali e la Regione dovrebbero fare qualcosa per affrontare anche situazioni di questo tipo», sottolinea Elena Di Gregorio, segretaria dello Spi Cgil del Veneto, «perché le persone coinvolte sono in assoluto quelle più fragili, perché molto anziane e non autosufficienti».
«Necessitano dunque di protezione e di interventi mirati. Sarebbe necessario individuare strutture in grado di dare ospitalità quantomeno all’assistente familiare positiva o a contatto con soggetti contagiati in modo da isolarsi per la quarantena».
