Giallo a Trieste, cosa ci faceva Liliana con una borsa a tracollo vuota?
TRIESTE Il cadavere di Liliana Resinovich, scoperto lo scorso 5 gennaio nella boscaglia dell’ex Ospedale psichiatrico di San Giovanni, è stato trovato con una borsetta. Un particolare, questo, emerso venerdì sera nel corso della trasmissione di Retequattro “Quarto grado” che ha dedicato un lungo approfondimento al caso. Durante la puntata è stato riferito che la borsetta era vicino al corpo privo di vita. Da quanto si è appreso sabato 15 gennaio da ambienti investigativi triestini la borsa era del tipo a tracolla. E vuota.
Dettagli che aggiungono ulteriore mistero alla vicenda: cosa ci faceva, Liliana, con addosso una borsa vuota a tracolla? Nell’ipotesi di un suicidio, conteneva forse i sacchi neri dell’immondizia e quelli di nylon che la sessantatreenne triestina potrebbe aver utilizzato per togliersi la vita?
Oppure il contenuto di quella borsa, qualunque fosse, è stato tolto da un assassino, se la donna è stata uccisa? Naturalmente anche quell’oggetto sarà sottoposto agli accertamenti investigativi: analisi sulle impronte ed esame del Dna.
La possibilità del suicidio è stata in qualche modo ipotizzata, nel corso della trasmissione “Quarto Grado”, anche dallo psichiatra e criminologo Alessandro Meluzzi: «C’è anche la possibile disperazione di una signora, che posta nelle condizioni di non poter scegliere (tra il marito Sebastiano Visintin e l’amico con cui Liliana aveva una relazione, Claudio Sterpin), possa decidere di farsi del male. Tutti gli scenari sono aperti. E questi due uomini sono tra di loro per molti versi assai dissimili, ma per molti versi simili. Perché – ha spiegato – entrambi rivelano la necessità di questa signora come un elemento fondamentale per la costruzione, anche dal punto di vista psicanalitico, del loro equilibrio pulsionale».
L’inchiesta della Squadra mobile e della Polizia Scientifica, coordinata dal pm Maddalena Chergia, continua. Il prossimo passo è l’esito degli esami tossicologici.
