’Ndrangheta in aula, un pentito accusa il referente del boss nel Mantovano
MANTOVA. Il muratore di Pietole sta già scontando la condanna definitiva a 17 anni e otto mesi. E le dichiarazioni del suo ex compare e amico del cuore, oggi pentito, non gli hanno regalato certo il buonumore. Salvatore Muto, grazie alla collaborazione con la giustizia condannato a nove anni per associazione mafiosa e una sfilza di altri reati tra cui estorsioni, lesioni e minacce di vario genere, ieri mattina all’udienza del processo Grimilde, dove si stanno mettendo a fuoco da un anno gli affari della cosca cutrese di ‘ndrangheta dei Grande Aracri sulle due sponde del Po tra Emilia e Lombardia, ha ribadito quello che ripete dall’autunno del 2017: era Antonio Rocca il cavallo di punta, il referente del boss Nicolino Grande Aracri nel Mantovano.
La versione di Muto, socio in affari di Rocca, non aggiunge nulla di nuovo alla ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Brescia, grazie alle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Mantova, relativa all’assalto del clan dei cutresi ai cantieri mantovani: una ricostruzione precisa che ha portato alla condanna dei personaggi di spicco della cosca.
L’aggressione della cosca non ha colpito soltanto i portafogli, ma è andata a minare nel profondo la vita delle persone con minacce, intimidazioni, violenze. Assoggettamento e terrore, forti del nome del boss Nicolino. Tradotto: associazione mafiosa. Muto ha ribadito alcuni dettagli già riferiti anche dall’altro sodale pentito, Antonio Valerio: come il battesimo di Rocca in un capannone a Brescello, officiato da Francesco Lamanna in persona, uomo di punta del boss nel Cremonese.
D’altra parte il muratore, da tempo trapiantato a Pietole, era stato il primo a omaggiare, nell’estate del 2011, il boss appena scarcerato, guadagnandosi la promozione. Muto ha confermato senza nessun dietrofront, tutti gli episodi di estorsione agli imprenditori edili che finivano nella rete intessuta da lui e da Rocca.
