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Февраль
2022

Vita e opera di Kosovel raccontate da Boris Pahor storia di una cultura libera

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TRIESTE. Quando, nel 1993, uscì la biografia di Boris Pahor su Srečko Kosovel, ora riedita da Leg (pagg. 160), la Slovenia si era da poco resa indipendente dalla Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia. Pahor aveva preso una posizione netta a favore dell'autonomia slovena, tanto che, nel tratteggiare la figura di Kosovel, aveva sottolineato con insistenza l "archetipo collettivo" che pure il giovane poeta aveva desunto dalla tradizione nazionale: l’aspirazione all'indipendenza, anche linguistica, sostenuta già da Primož Trubar, che nel 1550 pubblicò il primo libro in lingua slovena, e ribadita nell'Ottocento romantico da France Prešeren, che per i suoi Serti di sonetti venne considerato il padre della letteratura slovena.

Kosovel non faceva dunque che continuare, mirabilmente, la tradizione, del resto resa più forte dalla storia stessa degli sloveni: assoggettati prima all’impero austro-ungarico e dopo la grande guerra al Regno d’Italia, con l’avvento del fascismo fu loro proibito addirittura di parlare la propria lingua e imposto di italianizzare i nomi. Erano dunque costretti a far circolare di nascosto i loro libri, tra cui le poesie di Kosovel, che assumeva così un alone leggendario. Pahor ha proiettato dunque su questo poeta i suoi ideali unitari, sicché leggendo questa biografia, inserita tra l’altro in quella dell'intera nazione, si ha la sensazione di trovarsi dentro un corpus omogeneo.

Anche Aloiz Rebula, nella Peonia del Carso, aveva fatto di Kosovel un protagonista reale e insieme mitico dell’intera “intellighenzia” slovena. L'episodio - chiave, ricorrente in queste e in molte altre narrazioni, è infatti sempre lo stesso, l'incendio da parte fascista del Narodni Dom, l'edificio simbolo della minoranza slovena a Trieste. La leggenda popolare che tutti ricordano è quella della Lepa Vida, la bella Vida, fanciulla scontenta del proprio stato che si è lasciata convincere da un barcaiolo arabo a recarsi presso la regina di Spagna, dove però ha conosciuto i tormenti della nostalgia. Il desiderio d'avventura e di evasione si spegneva dunque, come per tutti gli sloveni, nel ricordo del proprio paese.

Con una raccolta poetica che si richiamava proprio a quella leggenda Kosovel, nato a Sežana nel 1904, ha iniziato a parlare di sé e del rapporto con la sua terra, intraprendendo un percorso che si è poi arricchito di nuove prospettive grazie alle influenze di alcuni artisti conosciuti a Lubiana, dove aveva frequentato il liceo e l’università. Veniva molto volentieri a Trieste, città in cui si trovava il teatro sloveno, risiedevano gli scrittori Josip Ribičič, Jože Pahor, i poeti Albert e Karel Širok, i pittori Avgust Černigoj e Giorgio Carmelich, e nascevano le riviste alle quali offriva la sua collaborazione. Kosovel non amava la nebbia di Lubiana, preferiva il mare di Trieste e le pinete del carso. Ma non era raro che nelle sue liriche l'elemento vitale della natura venisse avvolto da un’ombra funebre, come se già sapesse del suo breve futuro e della tragedia che avrebbe travolto l'intera Europa.

Pahor narra le vicende dell'intera famiglia Kosovel, tra cui quelle del padre, perseguitato per le sue idee, e della sorella Karmela, che in quegli anni studiava musica a Monaco di Baviera, altro luogo di incontri fecondi. Nel 1924-25, quando la situazione era divenuta soffocante, Srečko si avvicinò al costruttivismo cosicché la sua rappresentazione del mondo perse la primitiva patina impressionistica per acquistare una dimensione politica. Nella sua raccolta Integrali Kosovel ha così sfruttato la possibilità che gli offriva il collage per abbinare tra loro verità disparate e contrastanti, dal cui incontro si poteva desumere la genesi della violenza: ad esempio, in Manca poco a mezzanotte, il poeta accostava l'incendio della tipografia Edinost a versi contro l'ipocrisia della Società delle Nazioni, che non si curava della sofferenza dei popoli oppressi. Maturava intanto un forte impegno sociale tanto da voler ora descrivere la natura attraverso lo sguardo di chi fatica duramente per lavorare la terra, come vedeva fare a Tomaj, dove la famiglia si era trasferita.

Questa prospettiva carica di pietas conquistò anche il napoletano Carlo Curcio, in forza presso il Comando delle forze italiane con il compito di denunciare possibili dissidenti. Divennero invece amici, legati come erano dalla convinzione che quel mondo contadino fosse il vero depositario dei valori sacrali della vita e della natura. Oltre naturalmente all’arte che, come Srečko aveva più volte ribadito, aveva proprio il compito di «formare nelle anime una vita nuova» che si doveva insinuare nelle coscienze vive e non solo nelle teorie filosofiche. Il suo socialismo non poggiava su dottrine politiche ma, come ha spiegato nella conferenza L’arte e il proletario, era votato piuttosto alla ricerca della verità e della giustizia, per far trionfare quel senso di človečanstvo, di humanitas, che impone rispetto per ogni per¬sona, giustizia sociale, com¬prensione tra i popoli e libertà. Nonostante tutte le disillusioni Kosovel ha tuttavia sempre affermato di voler «con la disperazione creare la gioia». E Pahor non si esime infatti dal raccontare anche l'educazione sentimentale" di questo artista che, dopo una breve malattia, si è spento a soli 22 anni. —







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