Ventitré anni di carcere per l’assassino di Robert. I famigliari della vittima: «Non è giustizia»
TRIESTE Finisce con le urla e le minacce di morte. Le urla prima rabbiose, poi disperate, dei genitori e del fratello di Robert, che i Carabinieri riescono a quietare e a sopire solo fuori del Tribunale.
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Si aspettavano l’ergastolo, i famigliari di Robert: un ragazzino di diciassette anni appena, ucciso con un laccio alla gola dal ventiduenne Alì Kashim la notte tra il 7 e l’8 gennaio dell’anno scorso nel sottoscala del condominio al civico 13 di via Rittmeyer. Due giri attorno al collo con un cordino di un metro e settanta, come è stato ricordato venerdì in aula. Il motivo? Una stupida questione di gelosia per una ragazza contesa tra Alì e Robert all’epoca dei fatti.
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L’ergastolo, vista la brutalità dell’omicidio e l’assurdità che l’aveva innescato, l’ha chiesto lo stesso pm Lucia Baldovin, il magistrato che aveva indagato sul caso. La Corte di assise ha invece deciso diversamente: 23 anni di reclusione. Ecco la miccia di quella rabbia che i genitori e il fratello non sono riusciti a contenere.
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La famiglia – serbi residenti da tempo a Trieste – ha giurato vendetta contro la famiglia di Alì. Il padre, origini algerine, era presente in aula per l’intera udienza. «Ti ammazzeremo – hanno gridato i parenti di Robert rivolgendosi proprio al papà – quindi ti conviene andartene da Trieste. E i nostri figli uccideranno tuo figlio, Alì quando uscirà dal carcere».
E poi altre urla, a favore di telecamere, fotografi e giornalisti, contro la giustizia italiana «che fa schifo», «anche perché sicuramente l’assassino uscirà già tra dieci anni per buona condotta». Ci è voluta davvero tutta la professionalità dei militari dell’Arma per riportare la situazione alla calma.
Ma le tensioni erano nell’aria fin da subito. Tanto che gli stessi Carabinieri, prima della lettura della sentenza, avevano suggerito ai legali di Alì Kashim – gli avvocati Mariapia Maier e Antonio Cattarini – di uscire dall’aula attraverso una via secondaria.
La condanna a 23 anni in primo grado (stabiliti anche risarcimenti da centinaia di migliaia di euro ai famigliari della vittima, ma da quanto risulta i Kashim non hanno una disponibilità economica di quelle proporzioni), è stata pronunciata dal giudice Enzo Truncellito: la Corte di assise non ha riconosciuto la premeditazione, come voleva la Procura, ma ha concesso la sussistenza del “futile motivo”, quello della gelosia, bilanciandolo con le attenuanti generiche.
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Molto del processo si è giocato su questi aspetti, tutt’altro che sfumature. I legali dei parenti di Robert, gli avvocati Gabriella Frezza e Ivana Busatto, hanno insistito soprattutto sull’elemento della premeditazione: «Alì ha aspettato Robert nel sottoscala per poi ucciderlo – ha ricordato l’avvocato Busatto in aula – lo ha fatto con due giri di corta attorno al collo. Poi ha nascosto il corpo nello scantinato. Kashim era lucido, determinato a voler uccidere».
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Ma cosa aveva acceso tanta violenza? Sullo sfondo dello strangolamento c’era quella folle gelosia maturata dopo che il diciassettenne Trajkovic aveva iniziato a frequentare la ragazza di Alì (o la ex, ma nel percorso giudiziario è risultato difficile definire i confini relazionali che si erano creati in quella drammatica vicenda): una diciannovenne che Robert aveva conosciuto solo pochi giorni prima dell’omicidio, durante una festa di Capodanno.
I due, come testimoniato dalle amiche della diciannovenne, si incontravano abitualmente tra il sottoscala e il pianerottolo dello stabile: una palazzina adibita ad appartamenti e a bed&breakfast, dove alloggiava provvisoriamente la giovane.
Alì aveva deciso di vendicarsi nel modo più atroce: stando alle ricostruzioni investigative, a tarda sera del 7 gennaio, il ventiduenne aveva atteso che arrivasse Robert e lo aveva aggredito. Gli schizzi di sangue rinvenuti dagli investigatori sul muro della scalinata, poco dopo l’atrio, testimoniavano una colluttazione tra i due. Finita tragicamente con un laccio stretto attorno alla gola del diciassettenne. Il corpo era stato nascosto dall’assassino nel sottoscala ed era stato scoperto, ore dopo, da un addetto del bed&breakfast, dietro a un materasso. L’addetto se ne era accorto notando un piede. Il diciassettenne aveva ancora il laccio al collo.
Durante le udienze di dibattimento i legali dell’imputato avevano provato a giocare la carta della perizia psichiatrica in considerazione del passato difficile di Alì, vittima di violenze e umiliazioni in famiglia, tanto da aver anche tentato il suicidio. Ma la richiesta è stata rigettata dalla Corte e il ventiduenne ha dovuto rispondere totalmente delle proprie azioni davanti ai giudici.
«Una pena abbastanza mite – ha affermato a fine udienza l’avvocato Frezza – ma vedremo quale sarà il motivo che ha spinto la Corte a concedere le attenuanti generiche. I famigliari di Robert sono distrutti».
«Abbiamo evitato l’ergastolo – rileva invece l’avvocato di Khashim, Cattarini – e ciò rappresenta una priorità per un ragazzo così giovane. Valuteremo se proporre appello sul discorso del riconoscimento dell’aggravante dei futili motivi».
Anche la Procura attende le motivazioni. «Eravamo persuasi che ci fossero gli estremi per l’aggravante della premeditazione. Comunque l’assassino è di giovane età e quindi, in quest’ ottica, la concessione delle generiche forse non sfida la ragionevolezza. Ma appunto aspettiamo di poter leggere le motivazioni».
