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Июнь
2023

Ampliamento a Est: a Berlino spunta l’ipotesi del “modello norvegese”

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Parole altisonanti, fanfare, rassicurazioni e promesse da parte di tante capitali Ue, da Roma a Lubiana fino ad arrivare a Budapest. Ma la realtà è diversa e ben cruda: l’allargamento dell’Unione ai Balcani è da anni lettera morta ed è probabilmente destinato a rimanere a lungo tale.

Come superare l’impasse? Con soluzioni “eleganti” e non inedite, già adottate in passato con successo, come il cosiddetto “modello Norvegia”. Potrebbe essere questa la nuova strategia europea nei confronti del vero cortile di casa Ue, i Balcani occidentali ancora fuori dal club continentale che più conta. Strategia che è stata suggerita dall’autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung, e le cui fondamenta si basano su recenti mosse della Cdu-Csu, che ha presentato al Bundestag una mozione per una «nuova prospettiva Ue» per la regione balcanica, non approvata dai parlamentari tedeschi. Ma le cose potrebbero cambiare in futuro, con nuove maggioranze, ha assicurato il giornale, solitamente ben informato sulle dinamiche politiche a Berlino.

Ma di cosa parla quella mozione di cui ora si dibatte con crescente interesse da Belgrado a Skopje, passando per Pristina e Sarajevo? Di una soluzione per i Balcani che potrebbe cambiare il futuro prossimo dell’area. Secondo il testo, siglato dai leader del partito come Friedrich Merz e Alexander Dobrindt, partendo dal presupposto che a livello Ue manca una unanimità di intenti sull’allargamento, bisogna pensare a «passi intermedi» per i Balcani – da estendere anche a Moldova e Ucraina. E sono passi potenzialmente dirompenti. I cristiano-democratici tedeschi hanno così chiesto al governo di Berlino di muoversi nelle istituzioni Ue per pianificare l’ingresso di Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Serbia, Macedonia del Nord e Montenegro «nel mercato unico», ma con accessi anche ai gangli interni della «politica estera, di sicurezza e di difesa» della Ue. Il tutto, tuttavia, senza concedere ai Paesi balcanici poteri e prerogative tipiche degli Stati già membri, quali la possibilità di indicare commissari Ue e il diritto di voto – e di veto – all’interno dell’Unione. Leggi, si applichi ai Balcani il cosiddetto “modello Norvegia”, che ha con l’Ue accordi che di fatto estendono il mercato unico e la libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone – che sono i pilastri dell’entità sovranazionale – tra l’Unione e lo Stato scandinavo, non membro effettivo.

In questo modo «non ci sarebbe più differenza tra gestire un’impresa a Berlino o a Belgrado, a Parigi o a Pristina. I cittadini della regione potrebbero decidere dove vivere e lavorare, i confini diventerebbero invisibili», senza contare l’afflusso di fondi europei che sarebbe atteso nella regione, ha anticipato su Twitter l’autore dell’articolo sulla Faz, Michael Martens, da anni attento osservatore delle dinamiche balcaniche. Non solo: la Ue otterrebbe una capacità d’«influenza» immediata e incomparabile rispetto a potenze come Russia e Cina, mentre allo stesso tempo i nuovi “quasi-membri” rimarebbero privi di poteri riservati ai membri Ue, tra cui il diritto di veto. «La Norvegia sembra alquanto soddisfatta» di un accordo simile, ha aggiunto Martens.

E non parliamo di un piano soltanto economico. «Il mercato unico è più che un’area di libero scambio, è il cuore della Ue e gran parte della legislazione europea è collegata a essa», ha specificato il deputato tedesco Knut Abraham, che ha sottolineato – come la stessa Cdu-Csu – che in cambio le capitali balcaniche dovrebbero però impegnarsi seriamente almeno su stato di diritto, lotta alla corruzione e riforme.

Solo una boutade estiva? Non sembra, vista la copertura della notizia sui tabloid filogovernativi in Serbia, dove il tema è finito subito in prima pagina - e tenuto conto del fatto che, ad esempio, una proposta simile era stata lanciata in passato anche dal premier kosovaro Albin Kurti. E forse la Ue, senza accorgersene, ha già in mano una soluzione a molti dei problemi che affliggono la regione.







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