«Bimbi spariti a decine anche in Slovenia»
LUBIANA Quello dei neonati “desaparecidos” nell’allora Jugoslavia degli anni Settanta, Ottanta e oltre è un fenomeno tristemente conosciuto. I bebè che si sospetta essere stati venduti (quindi è di traffico di esseri umani che si sta parlando) si stimano in più di 20 mila. Ma se in Serbia il caso da anni tiene banco, in Slovenia per la prima volta, pubblicamente, i presunti furti di neonati sono stati ora discussi dalla commissione parlamentare per le petizioni e i diritti umani. Lì, l'interlocutore della discussione, Simona Šeremet Kalanj, che aiuta le madri che sospettano che i loro neonati non siano morti ma siano stati loro sottratti, ha fatto dichiarazioni sconcertanti. «Tutte le madri hanno in comune il fatto che all'ospedale, poco dopo il parto, gli fu detto che il bambino era morto. Nessuna di quelle donne però ha mai visto il corpo del piccolo, né fu detto dove sia stato sepolto. Coloro che vogliono in qualche modo porre fine alla vicenda ovviamente rispondono che questa era la pratica in quel momento, ma non reggerà».
«Un bambino che nasce con un peso di due o tre chilogrammi non è un rifiuto e ovviamente non è mai stato trattato come tale», ha aggiunto Šermet Kalanj precisando che «al momento abbiamo diversi casi del genere in Slovenia, quattro a Maribor, uno a Celje e uno a Kranj. A Novi Mesto l'abbiamo già parzialmente risolto noi stessi, a Velenje è stato chiarito», ha affermato l’operatrice citando il caso di una giovane donna di Velenje che ha scoperto di essere stata sottratta alla madre in un reparto maternità di una piccola città bosniaca: «Abbiamo scoperto che la ragazza, allora neonata, fu acquistata nell’ospedale stesso in piena notte. Furono pagati 30.000 marchi all'assistente sociale, una cifra poi divisa tra addetti dell'anagrafe, medici, infermieri... È sempre stato così».
Si può ricordare in proposito il caso di un serbo di 36 anni nato a Capodistria e che, grazie a un braccialetto del vecchio ospedale di maternità, ha raggiunto la sua madre biologica, che ha vissuto tutti questi anni nel convinzione che il figlio fosse morto in ospedale.
Intanto «abbiamo inviato domande alle istituzioni competenti per ottenere determinate risposte. Non abbiamo avuto nulla da nessuno, quindi ho deciso di convocare un'altra riunione della Commissione per le petizioni, e lì abbiamo aperto questa discussione», dice Eva Irgl, presidente della Commissione petizioni, diritti umani e pari opportunità del Parlamento di Lubiana.
«Abbiamo avuto un colloquio con la signora Kalanj, che ha contattato anche l'ufficio del presidente, insieme alla consigliera Biserka Marolt Meden. E le abbiamo dato tutto il supporto in questo senso: sono già ormai 36 le donne che in Slovenia chiedono di conoscere il destino dei propri figli», afferma Tatjana Bobnar, consigliere del presidente della Repubblica di Slovenia Nataša Pirc Musar per i diritti umani. Perché in uno dei casi simili, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha stabilito che quando la madre non ha avuto informazioni su quanto accaduto a suo figlio, sono stati violati i diritti umani e il rispetto della vita privata e familiare.
Il fatto è che le madri continuano a incontrare molti ostacoli durante la ricerca di casi relativi alla nascita e alla morte dei bambini: nessun nome, sigilli, firme irriconoscibili, luoghi di sepoltura sconosciuti. Uno dei documenti dice addirittura: «Non ha dato soldi, il bambino è morto». Su un altro documento si può leggere che la data di morte è registrata un mese prima della nascita del bambino. La più grande delusione sarebbe l'inattività delle unità amministrative, dei centri di assistenza sociale e degli ospedali per la maternità. Ma forse sarebbe una mancata iniziativa da parte del legislatore, della magistratura e della polizia. —
