Liga veneta, zampata di Salvini: Lazzarini commissaria per stoppare la scalata
La mossa che non ti aspetti. Quella di Matteo Salvini che, nell’incuranza dei sodali distratti dalle zuffe correntizie, ha ispirato la nomina di un commissario di fiducia a capo della Liga Veneta: la prescelta è Arianna Lazzarini, deputata e sindaca di Pozzonovo, nella Bassa Padovana.
Di che parliamo? Del movimento originario, socio fondatore della Lega Nord (1989) ai tempi di Franco Rocchetta e Marilena Marin, approdato sotto il segno del Carroccio nella stagione bossiana.
Amarcord padano? Non tanto perché, ceduto il passo alla Lega per Salvini Premier, il partito nordista è diventato una sorta di bad company: superato e accantonato, non può tuttavia essere sciolto perché gravato dal debito di 49 milioni di euro con lo Stato per i rimborsi illeciti accertati dalla magistratura di Genova. Così sopravvive, con il suo statuto che all’articolo 1 incita alla “battaglia democratica per l’indipendenza della Padania”, e la circostanza alimenta le speranze della frangia di militanti e dirigenti storici che faticano ad accettare la leadership sovranista del Capitano in felpa e malcelano il disagio dinanzi alla progressiva caduta della vocazione nordista a fronte della rivendicata ambizione di allargare i consensi al Sud.
Una dinamica evocata, con la prudenza felpata che distingue il personaggio, dallo stesso Luca Zaia. Nel saluto d’apertura al congresso regionale del 24 giugno, il governatore rivolse un lapidario invito ad Alberto Stefani e Franco Manzato, i candidati alla segreteria: «Buon lavoro e mi raccomando», le sue parole «prima viene la Liga e poi la Lega». Ecco, proprio il timore del fuoco che cova sotto le ceneri in attesa di riscossa sembra all’origine della sortita salviniana, né la nomina della veterana Lazzarini (una “soldatessa” già responsabile dell’organizzazione e allergica ai contatti con i media) appare casuale, anzi, si configura come una vera e propria cooptazione nel cerchio magico di via Bellerio.
La notizia, fin qui mantenuta tenacemente segreta e trapelata da fonti milanesi, non mancherà di suscitare malumori tra quanti lamentano lo strapotere padovano nel partito veneto, alludendo - oltre al citato Stefani, giovane segretario eletto a pieni voti - ai rappresentanti nel governo, i sottosegretari Massimo Bitonci e Andrea Ostellari. Non solo politichese.
La scelta di blindare il contenitore politico spegne i sogni residui di “zampata del Leone” e accentua i timori di quanti - da Roberto “Bulldog” Marcato a Gianpaolo Bottacin - avvertono con disagio l’affievolirsi della passione e dell’animosità militante, da sempre patrimonio distintivo del leghismo.
«Che posso dire? È un atto inquietante, evidentemente Salvini sta perdendo quota e avverte il suono delle campane a morto», punge Bobo Miatello, già sindaco-sceriffo a San Giorgio in Bosco, da tempo in rotta di collisione con i vertici. «A dispetto di espulsioni mirate e promozioni dell’ultima ora, molti iscritti restano ai nostri valori originari e i suoi colonnelli, nominati e stipendiati, l’avranno messo in guardia. Così ha sigillato il simbolo ma le idee non si possono imbrigliare, io parlo senza peli sulla lingua, non mi hanno ancora cacciato, sono un leghista e un uomo libero, non mi piegherò mai». Previsioni? «Il nostro popolo e gli stessi elettori non comprendono, questa Lega non convince né tantomeno entusiasma. I dirigenti e il Doge? Per loro è tutto a posto. Eppure c’è in ballo la democrazia».
