“Anatomia di un’ingiustizia”. Un libro riaccende la luce sul processo “dimenticato” all’ex ministro Landolfi
Un processo infinito che si dipana tra accuse cervellotiche, pentiti fragilissimi, gogna mediatica e graticola politica. Poi la rinuncia alla prescrizione, la prima camera di consiglio con sorprendente ”fumata nera”, il ritorno in aula dell’unico accusatore e, alla fine, la sentenza-beffa. Al termine di un’odissea giudiziaria descritta come ”surreale”, e durata sedici anni, nel gennaio del 2023 l’ex ministro delle Comunicazioni Mario Landolfi deve arrendersi al verdetto della Cassazione che dichiara inammissibile il suo ricorso contro la condanna a due anni inflittagli dalle Corti di merito per la corruzione di un consigliere comunale ”colpevole” di dimissioni a un mese dalla scadenza del civico consesso di Mondragone, sua roccaforte elettorale. Landolfi esce pulito dalle accuse di collusioni mafiose e di favoreggiamento, ma non dal reato di corruzione. La montagna ha partorito il classico topolino, che si rivela tuttavia sufficiente a far imboccare all’ex ministro la via dell’esilio politico. Ma di quel processo ”surreale”, nel merito e nella forma, oggi si torna a parlare grazie a un’inchiesta giornalistica che richiama il tema ancora attualissimo del ”pentitismo” di comodo, che evoca periodi bui della giustizia legati al caso Tortora.
“Anatomia di un’ingiustizia. Il processo a Mario Landolfi”, di Luca Maurelli
E’ in libreria ”Anatomia di un’ingiustizia. Il processo a Mario Landolfi’‘ (Guida Editori, pp. 220, 18 euro) del giornalista Luca Maurelli, il racconto del calvario giudiziario di un uomo perbene, di una passione politica stroncata da una giustizia lenta e miope ma anche la denuncia dell’intreccio incestuoso tra politica e magistratura, spesso inconfessabile, reciproco, spesso utilizzato dai due ”poteri” dello Stato per regolare i propri conti con i pm considerati ”avversi”. Nel profondo Sud, costantemente esposto al pregiudizio della contaminazione mafiosa, in una zona della Campania ”bella e impossibile” e da sempre identificata con l’anti-Stato con i suoi clan e con le sue ”terre dei fuochi”, il litorale domizio del Casertano, inizia e si sviluppa la carriera politica – ricostruita nel libro – del giovane Mario Landolfi, già enfànt prodige della destra campana, che al culmine di una lunga militanza cominciata negli anni Settanta, nel 1994 arriva in Parlamento. È solo l’inizio: Landolfì sarà prima presidente della Commissione di Vigilanza Rai, poi portavoce di Alleanza Nazionale, quindi ministro delle Comunicazioni negli anni ruggenti del berlusconismo e della contrapposizione durissima con la sinistra e con le cosiddette toghe rosse.
Un “fatterello di paese” diventato un caso nazionale e poi dimenticato
A dispetto del ”calibro” nazionale del protagonista, tuttavia, sarà un ”fatterello di paese” a innescare un’inchiesta e un processo che dureranno sedici anni e che scorreranno in parallelo alla vicenda giudiziaria di Nicola Cosentino, plenipotenziario di Berlusconi in Campania. Ma mentre quest’ultimo risponde di concorso esterno, a Landolf viene contestato un solo episodio: l’assunzione in una delle aziende legate ai Casalesi della moglie del consigliere dimissionario. Un ”fatterello di paese”, appunto, su cui pende, però, il macigno dell’aggravante mafiosa. A favore dell’ex ministro, che prima rende pubbliche tutte le intercettazioni telefoniche di cui il Parlamento ha negato l’utilizzo e che poi rinuncia alla prescrizione, testimoniano sia l’anti-Stato, attraverso il boss compagno di giochi d’infanzia, Augusto La Torre, sia lo Stato con la ”S” maiuscola, incarnato dal magistrato che per primo aveva sfidato i Casalesi: Raffaele Cantone. È questa singolare convergenza a sollevare Landolfi dal peso del sospetto della collusione con i clan. Ma non a mandarlo del tutto assolto. Per infliggergli i due anni ai giudici basta infatti la testimonianza di un pentito dalla memoria intermittente, definito ”preciso, puntuale e analitico” nonostante le decine di ”non ricordo” pronunciate nelle varie udienze.
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