Adolescence non è una serie sull’adolescenza
Da un punto di vista narrativo “Adolescence” NON È una serie sull’adolescenza.
Il titolo funziona per attirare una certa categoria di spettatori – i genitori – ma non rispecchia affatto il tema della narrazione.
Per trovare il tema, infatti, bisogna seguire l’arco di evoluzione del personaggio e questo è un dato tecnico che sceneggiatori e scrittori conoscono bene.
Seguendo l’arco di Jamie quello che emerge chiaramente è il passaggio dalla negazione all’assunzione di colpa.
Il tema è quindi la NEGAZIONE e la serie lo analizza non solo attraverso i personaggi ma anche con la scelta delle riprese in piano sequenza, cioè senza il montaggio che ci consentirebbe di prendere respiro.
Nessuno nella serie smette quindi di NEGARE l’evidenza e di vivere una dimensione di desiderio che le cose non siano come sono o che tornino “come prima” anche se “come prima” è una specie di inferno relazionale pieno di altra negazione della realtà.
Negano i genitori di Jamie (persino il padre che ha visto un video dell’omicidio), negano i professori immersi in una quotidianità scolastica disfunzionale che viene gestita appunto negandone gli aspetti più complessi che metterebbero in discussione il sistema scolastico stesso, nega il poliziotto che non fa due più due davanti alla situazione del figlio e al fatto di non capirne il linguaggio né la vita, nega l’insegnante che a una ragazza in lutto propone lo “strizzacervelli” per negarle la complessità del dolore e la necessità della rabbia libera.
È proprio questa ragazza, Jade, che si carica addosso quello che in gergo tecnico si definisce controtema. Jade è l’unica vera “adolescente” della serie, con emozioni e reazioni adeguate alla verità della situazione, ed è l’unica che non nega niente mentre attorno a lei i compagni ridono, scherzano e guardano lo schermo del telefonino come se la vittima non fosse mai esistita – quindi negandone non la morte ma addirittura la stessa esistenza.
Non è un caso che la psicologa di Jamie gli chieda se ha capito cosa sia la morte: lo chiede un po’ a tutti, anche a chi guarda dall’esterno. È una domanda tematica.
Non è un caso che nella serie non si vedano MAI coloro che negare non possono: i familiari della vittima.
Questo consente un passaggio importante per lo spettatore e cioè quello di entrare a far parte del tema. La serie implica grazie al piano sequenza che lo spettatore sia DENTRO la narrazione e che anch’esso NEGHI l’evidenza nella propria realtà.
Qual è l’evidenza?
Per comprenderla basta sostituire l’oggetto “telefonino/social media” con “la droga”.
Se la serie avesse mostrato gli effetti deleteri della droga su un gruppo di adolescenti e su un protagonista che, sotto gli effetti di stupefacenti, fosse arrivato a commettere un omicidio, lo spettatore avrebbe fermamente condannato la droga.
Immaginiamo una serie sugli adolescenti degli anni ’70 e l’uso di eroina che portava all’aggressione persino di amici e familiari.
La condanna sarebbe scattata subito: la droga non fa bene ai ragazzi. Il carnefice è drogato, la vittima è drogata, il loro ambiente è alterato dalla sostanza da cui dipendono e che non possono gestire. Sarebbe stato facile.
Nel momento in cui sostituiamo alla parola “droga” un oggetto familiare come il “telefonino” ecco che scatta la negazione nella realtà da parte dello spettatore.
Sappiamo che bambini e ragazzi non sono in grado di gestire questo strumento. Che crea dipendenza, espone a grandi rischi, erode l’empatia, fomenta la fragilità e il bisogno di approvazione, sottrae esperienze, coltiva valori sbagliati e rende l’Altro svuotato di ogni umanità: un’immagine bidimensionale su uno schermo da scrollare velocemente.
Gli adulti lo sanno che di base è come la droga, lo sanno che non è uno strumento adatto ai minorenni, lo vedono i danni che fa (i genitori di Jamie HANNO VISTO che ha smesso di disegnare per passare ore fino a tarda notte davanti a uno schermo).
Ma negano.
Ed è qui che la serie secondo me fa il vero colpo da maestro, tirandoci dentro non con “potrebbe capitare in ogni famiglia (l’omicidio)” ma con un “sta già capitando in ogni famiglia (la negazione)”.
Non è quindi una serie sull’adolescenza, che è un costrutto sociale e non vive di regole proprie né di sintomi come una malattia, ma una serie su di noi, sul mondo adulto che NEGA una serie di evidenze per comodi propri.
E quando c’è un gesto criminale ci piace scioccarci per cinque minuti ma allo shock non segue nessuna condanna, nessuna azione concreta per cambiare la tossicità delle relazioni (tutte, non solo quelle maschili che servono da capro espiatorio).
Quindi, immersi nel desiderio che le cose non siano come sono, siamo però troppo egoisti per rinunciare a uno strumento di controllo, a un baby sitter a basso costo, a una catena invisibile che tiene i ragazzi “al sicuro nella loro cameretta” e lontani da veri legami affettivi e costruttivi con i coetanei.
Neghiamo l’esistenza della rabbia, della necessità di esprimerla in un mondo che ci vuole tutti fintamente calmi, e un sacco di altre cose che darebbero forma a questa fase della vita che chiamiamo “adolescenza” ma che appunto, impediamo quotidianamente che si realizzi appieno.
Il problema è il gesto efferato?
No, il problema è la negazione di un problema molto più grande e complesso che metterebbe in discussione l’intero sistema educativo.
Paradossalmente, Jamie e i suoi genitori sono gli unici che si possono liberare dalla negazione. La voce di Jamie al telefono è calma quando dice: ho deciso di dichiararmi colpevole.
Dichiararsi colpevoli sarebbe una liberazione.
Ma non lo faremo e il piano sequenza si chiude su di noi.
di Manuela Salvi
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