«Dedizione e attaccamento al Martinetti È una famiglia, la scuola una seconda casa»
CALUSO. Dirigente scolastica, pianista e tanto altro: Katia Milano, classe 1970, alla guida dell’Iis Piero Martinetti di Caluso, è una figura apprezzata e stimata in entrambi gli ambiti. L’abbiamo intervistata per conoscere il suo percorso e come coniuga i diversi aspetti della sua vita.
Ci racconta il suo percorso?. «Alle spalle ho un diploma di Istituto magistrale, una laurea in Lettere e un diploma di Pianoforte principale in Conservatorio. Senza una precisa vocazione, devo confessare, ho fatto il concorso e sono entrata in ruolo come maestra nella scuola primaria. Una vicenda di 10 anni che ricordo con piacere e che ho vissuto con entusiasmo. Poi un altro decennio come docente di Lettere al Liceo, prima al Moro di Rivarolo poi al Gramsci di Ivrea: una scelta dettata dal desiderio di insegnare le discipline letterarie che avevo studiato e approfondito nel percorso universitario e di confrontarmi con studenti più adulti. Anche in questo caso un percorso molto soddisfacente, con grandi ricordi e affetti conservati».
Poi ha scelto questa strada: cosa ama di più del suo lavoro?
«La scelta di cambiare nuovamente, per un profilo in parte molto diverso, è stata dettata dalla curiosità di guardare con una prospettiva più ampia e complessa il mondo della scuola nel quale ero inserita da tempo, approfondirne gli aspetti didattici e innovativi in una prospettiva temporale che guardasse al futuro e potesse sviluppare le professionalità che esistono nella scuola. Sentivo anche il desiderio di stabilire relazioni significative con le famiglie e con un territorio così ricco di stimoli. In tal senso il Martinetti, che al termine del concorso è stata la mia prima scelta, si è confermata la scuola più adatta. A questa scuola, con cui ho un rapporto profondo – continua – devo gli aspetti che più apprezzo del mio lavoro: oltre a quelli elencati, la sua estrema varietà, le relazioni umane veramente arricchenti, la possibilità di sperimentare, proporre, accordare tante diverse sensibilità educative in un progetto e una vision condivisa. Non è un compito facile o un lavoro sempre gratificante ed è decisamente assorbente e faticoso. Ma quando si vedono gruppi di lavoro di docenti che collaborano a un progetto innovativo con spirito di iniziativa e ingegno, quando si vedono studenti con fragilità che ottengono miglioramenti o studenti meritevoli che coronano i propri sforzi o si riesce ad aiutare una famiglia o uno studente in difficoltà, allora questa professione dà certamente le sue soddisfazioni».
Come coniuga la vita privata con le responsabilità della sua posizione nella scuola?
«Non li coniugo – risponde sorridendo –. Nel senso che ancora stento a raggiungere un equilibrio e non so trovare un’alternativa alla dedizione e a uno speciale attaccamento che mi induce a pensare al Martinetti come a una famiglia e alla scuola come a una seconda casa. Poi è ovvio che si cerca di ritagliare per sé, e soprattutto per la propria famiglia, i giusti spazi. Ho dato e do tanto, ma ricevo anche tanto».
Si ispira a qualche figura femminile per il suo lavoro?
«Non mi ispiro, per il mio lavoro o il mio modo di concepire la realtà, a figure femminili in particolare. Ammiro le donne che nel passato - per esempio nel campo dell'arte o della politica - hanno saputo inserirsi in un mondo prevalentemente maschile e conquistare spazi sempre più ampi e riconosciuti e alle donne che nel corso della storia hanno contribuito al progresso della società. Sarebbe lungo elencare nomi. Ma d'altro canto ammiro pure le donne che ogni giorno hanno lottato o lottano per vedere riconosciuti i propri diritti, per sostenere una famiglia, per dare un futuro ai figli. In entrambi i casi le donne rivelano al mondo una sensibilità, un coraggio, un'arguzia, una resistenza alla fatica che non temono confronti e sono fonte di ispirazione».
Si tende a pensare che nel mondo dell'insegnamento siano prevalenti le figure femminili: ritiene che sia vero e che in questo ambito sia un valore aggiunto?
«I dati sono eclatanti. Nel 2022/23 le docenti nella scuola statale sono state pari all'81,5% dei 943.681 docenti, di cui solo il 75% di ruolo, e risultano in crescita anche nella scuola secondaria: nel I grado le insegnanti sono il 76,5% del totale, nel II grado il 65,9%. Nello stesso anno scolastico, le maestre nella scuola dell'Infanzia sono state il 99% del totale di ruolo, nella primaria il 96%. Per non citare le differenze regionali: il tasso di femminilizzazione è più alto al Centro-Nord rispetto al Sud. Le donne che occupano il ruolo di Dirigente scolastico non seguono, invece, questo trend, specie nella scuola superiore, dove solo il 36% delle dirigenti è donna. Le cose cambiano decisamente, poi, all’Università – specie nelle aree Stem - dove, secondo dati del 2021, le donne sono il 41,1% dei 73.493 docenti e ricercatori, rivelando una situazione di segregazione verticale: mano a mano che si sale nella scala gerarchica la percentuale femminile scende. Storicamente, l’insegnamento è assimilato a un lavoro di cura, dunque tipicamente femminile, un mestiere flessibile ritenuto conciliabile con le esigenze familiari, che consente una certa emancipazione economica senza mettere troppo in discussione il ruolo di accudimento tradizionalmente attribuito alle donne e finanziariamente meno attraente per gli uomini. Il rischio è l’associazione tra sapere alto e formale e gli uomini da un lato e tra le donne e la cura della persona, prima che dell’intelletto, dall’altro. Si vede bene il portato degli stereotipi, che possono essere superati incrementando il riconoscimento dei docenti e dell’insegnamento nella società e retribuendo adeguatamente gli insegnanti. Fermo restando che per sensibilità, formazione, professionalità e disposizione educativa donna e uomo possono esprimere nella scuola valori ugualmente fondanti anche se declinati in forme diverse, e sarebbe bene si integrassero in modo più equilibrato, nella realtà credo che la presenza femminile nella scuola possa rappresentare un plus dal punto di vista educativo, avendo un grande potere nel generare cambiamento nella scuola e nella società e contribuendo alla promozione dell’uguaglianza di genere, alla riflessione sui fenomeni di prevaricazione sociale, violenza, discriminazione, violazione dei diritti e al loro superamento».
Con la sua professione ha modo di veder crescere le nuove generazioni e le donne del futuro: cosa consiglia e cosa augura loro?
«Per rispondere occorre forse ragionare contestualmente su due piani diversi: quello che attiene alla crescita e al riconoscimento delle nostre studentesse come persone e quello che riguarda la sfera professionale. Per il primo ambito, si lavora molto, per esempio, nell’attività didattica ma anche nella quotidiana relazione educativa, sui valori, sull’analisi della società, della storia, del costume, sulla salute delle relazioni con gli adulti e con i pari. Per il secondo, fermo restando il valore intrinseco delle carriere tradizionali, per esempio umanistiche, molto si sta oggi facendo a scuola, e anche nel nostro Istituto, per la promozione degli studi e delle carriere Stem e per il superamento di stereotipi di genere (la segregazione formativa di genere) che portano a considerare le ragazze meno portate per la matematica e le scienze e più orientate alle materie letterarie. Anche i progetti Stem afferenti ai fondi Pnrr che stiamo realizzando nel corrente anno scolastico stanno proponendo alle studentesse percorsi nelle discipline scientifiche, informatiche, digitali, di taglio laboratoriale, che dovrebbero suscitare un maggiore interesse verso le professioni scientifiche, nelle quali le giovani donne non sono certo meno portate – anzi, si ha in genere una migliore riuscita e in tempi più serrati – ma registrano ancora tassi di iscrizione inferiori, pur se in crescita».
Quali sono le problematiche e le difficoltà più grandi da affrontare per le donne di oggi e di domani secondo lei? E, se sì, quali ha dovuto affrontare lei stessa nel suo percorso?
«Nella nostra società sono quelle del pregiudizio, della discriminazione, della disparità nel riconoscimento del merito. Ne sono ancora esempi evidenti l’imparità di retribuzione, il difficile equilibrio tra vita professionale e vita privata, la scarsa – e non parimenti valorizzata in termini economici – partecipazione femminile in cariche e incarichi di vertice aziendali, politici, culturali. Per le donne di domani l’obiettivo è quello della completa emancipazione, del riconoscimento di ogni donna, come di ogni individuo, nella sua diversità. Personalmente, non ho incontrato difficoltà di questo genere, forse anche per l'appartenenza a un ambiente prevalentemente femminile quale quello della scuola. Anche nel profilo che attualmente ricopro, nelle relazioni istituzionali, con il territorio, con le famiglie, l’essere donna non è stato e non è un ostacolo, ma mi pare un valore aggiunto e riconosciuto, che probabilmente mi consente e ha consentito di sviluppare e coniugare sensibilità e fermezza, diplomazia, empatia, ove possibile, comprensione dell'altro, pur nelle difficoltà e nelle complessità. Ritengo che anche in questo ambito l'essere donna sia un valore aggiunto - e lo testimoniano, per esempio, le professionalità delle colleghe che operano su questo territorio, che coniugano un impegno professionale intenso come quello del dirigente scolastico con il loro essere mogli, madri, intellettuali piene di risorse, creatività e idee». —
