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Май
2025

Dall’aratro allo smartphone: cos’è il patriarcato e perché ci riguarda. Parliamone

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Il patriarcato non è un’opinione. Non è finito con la riforma del diritto di famiglia del 1975, che “ha sostituito alla famiglia fondata sulla gerarchia la famiglia fondata sull’eguaglianza”, come ha detto il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara durante la presentazione alla Camera dei Deputati della Fondazione dedicata a Giulia Cecchettin.

Il patriarcato non è un insulto. Non è un complotto.
È un sistema. Storico, adattivo, ancora perfettamente funzionante. Purtroppo. Ed è dentro le cose. Dentro la grammatica, i contratti, le famiglie. Dentro il modo in cui amiamo, litighiamo, lavoriamo, cresciamo noi stessi e i nostri figli e figlie. Per uscirne, dobbiamo allineare i nostri sogni. Mantenere nella mente un’immagine di esseri umani in cui nessuno possiede l’altro. Nessuno è sopra. Nessuno si sacrifica per esistere. Entrambi portano sé stessi. Interi e liberi. Una storia antica, un meccanismo moderno.

L’origine del patriarcato è precisa. Storica. Niente mitologia.
Nasce con la rivoluzione agricola, circa 10.000 anni fa, e trova la sua concretizzazione con la scoperta dell’aratro, intorno al 4000 a.C. È in quel momento che l’umanità smette di spostarsi e comincia a coltivare in modo sistematico. L’agricoltura estensiva impone nuovi strumenti e un diverso assetto sociale: l’aratro richiede forza fisica, continuità, resistenza.

È l’inizio di una divisione sessuale del lavoro strutturale: l’uomo entra al centro della produzione agricola, e da lì al centro del potere. La donna, progressivamente, viene espulsa dallo spazio economico pubblico, confinata nella riproduzione, nella cura, nella dipendenza. Non è la cultura, ma l’economia materiale a generare il patriarcato: il controllo della terra richiede il controllo dei corpi. E da lì, si costruisce tutto il resto.

Quando il cibo diventa accumulo, la terra proprietà, la discendenza un problema da controllare. E per controllare la discendenza bisogna controllare il corpo delle donne. Così si inventa la famiglia patriarcale monogamica. Così si vincola la sessualità femminile all’onore, alla purezza, alla funzione.

Con il cristianesimo, il patriarcato si sacralizza. Non è più solo necessità economica: diventa ordine divino. Eva ha introdotto il peccato nel mondo. Maria lo ha lavato col silenzio. O sei l’una o sei l’altra. O sei tentazione o sei santità. Non c’è una terza via.

Inizia un processo che spinge le donne a cercare amore attraverso l’annullamento di sé. Non sei amata perché esisti. Sei amata se ti adatti. Se ti sacrifichi. Se ti fai piccola. Una violenza simbolica, da intendersi come quel tipo di potere che non si impone con la forza, ma con il consenso silenzioso di chi lo subisce.

Il patriarcato, però, non è una cosa che appartiene al passato. È una sistema che si riproduce nel tempo. Lo troviamo nei manuali medievali che spiegavano come punire una moglie ribelle (bastonate sì, ma senza sfigurarla). Lo troviamo nel codice penale italiano che fino al 1981 giustificava il delitto d’onore. Che consentiva a un uomo di uccidere la moglie, la figlia o la sorella “sorpresa in illegittima relazione carnale” e ottenere una pena ridotta. La legge considerava l’omicidio come una reazione comprensibile all’offesa dell’onore familiare, legittimando di fatto la violenza maschile come risposta al controllo violato sul corpo delle donne.

E oggi, il patriarcato, lo troviamo anche nei post virali, nei video degli influencer misogini, nei forum incel. Si chiama manosfera: un ecosistema digitale in cui la rabbia maschile si radicalizza contro le donne libere. Non sono casi isolati. Uno studio pubblicato nel Journal of Interpersonal Violence (2023) ha mostrato che l’esposizione prolungata a contenuti manosferici aumenta l’ostilità verso le donne e la tolleranza della violenza. Secondo il Center for Countering Digital Hate, i principali profili manosferici generano oltre un miliardo di visualizzazioni mensili.

Non sono solo parole. Le parole educano. Le parole armano. Le donne che aumentano la loro indipendenza non piacciono agli uomini. Nessuno escluso.

Il patriarcato non è un problema “delle donne”. È un problema strutturale che riguarda chiunque. A partire dagli uomini che lo causano. Perché non si regge solo sul dominio. Si regge sulla complicità diffusa, sulle abitudini, sulle battute, sui silenzi. Il patriarcato non è solo un potere esercitato. È un privilegio interiorizzato. È la convinzione — spesso inconscia — che le emozioni delle donne valgano meno. Che il rifiuto femminile sia un’umiliazione. Che la libertà femminile sia una minaccia.

Rileggendo tutto sino a qui, il patriarcato più che qualcosa che appartiene al passato somiglia ad una strategia per impedire il futuro. Finché lo racconteremo come un incidente, continuerà a sembrarci inevitabile. Ma è una struttura appresa. Legittimata. Premiata. E ora, algoritmicamente amplificata. Una struttura da cui liberarsi. E se non impariamo a riconoscerlo — nei post, nei codici, nei legami — continuerà a essere la forma invisibile della nostra normalità. E tante donne continueranno a subire violenza per causa degli uomini e a morire. Una ogni tre giorni.

PS: Nell’ultimo numero della mia newsletter Parliamone ho deciso di dare spazio al sogno. Anche a quello di trasformare la realtà. Avere un’immagine nella mente, di una società libera dal patriarcato, è la condizione di base che crea la strada. Sognare è la prima forma della realtà. Prima delle scelte. Prima di tutto.

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L'articolo Dall’aratro allo smartphone: cos’è il patriarcato e perché ci riguarda. Parliamone proviene da Il Fatto Quotidiano.







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