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Май
2025

Cinema italiano, il grande fermo immagine: udienze sul tax credit rinviate, il decreto correttivo è ancora fantasma

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Nonostante le polemiche, il cinema italiano resta in stand-by. Oggi il Tar del Lazio ha deciso di rinviare – di nuovo – le udienze sui ricorsi contro il decreto interministeriale dell’agosto 2024, quello sul famigerato tax credit. Le nuove date: 8 luglio e 11 novembre. Intanto, il comparto resta paralizzato, tra decreti mai pubblicati, produttori indipendenti in ginocchio e una politica che ancora preferisce i popcorn alle sue responsabilità.

La pietra dello scandalo è un decreto firmato da Gennaro Sangiuliano e Giancarlo Giorgetti che – sulla carta – doveva rimettere ordine nel caos del tax credit, dopo anni di gestione allegramente opaca della Legge Franceschini. A scriverlo (si fa per dire) è stata la sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che ha scelto di ascoltare i colossi del settore – major americane, piattaforme, grandi produttori – ignorando chi i film li fa davvero: indipendenti, autori, piccole imprese. Da lì, il blackout.

Il settore è congelato dall’estate 2023, quando la “riforma” venne annunciata con fanfara leghista. Da allora, proteste a raffica, manifestazioni, ricorsi al Tar e prese di posizione anche in sedi ufficiali. Ai David di Donatello, Elio Germano ha detto la sua ed è stato subito etichettato come “comunista”, mentre Pupi Avati – non esattamente un bolscevico – ha criticato il governo pur essendo consigliere culturale di Tajani.

Il 22 aprile scorso i ministri Giuli e Giorgetti hanno firmato un decreto correttivo. Ma non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Tradotto: non esiste. E senza decreto, i giudici non possono decidere. Così, martedì, i ricorrenti (difesi dagli avvocati Collovà, Malossini e Lo Foco) hanno chiesto il rinvio, accolto dalla presidente Antonella Mangia. Si attende la pubblicazione, che continua a non arrivare. Perché? Cattiverie e sospetti si sprecano. C’è chi dice che il ritardo sia “voluto”, per tenere il settore sotto scacco e contenere la spesa pubblica. C’è chi sospetta che si voglia salvare chi ha continuato a produrre sotto banco, approfittando delle vecchie regole. Regole che – ricordiamolo – consentivano di emettere fatture per il tax credit senza nemmeno scrivere il titolo del film. Risultato? Un buco da 1,2 miliardi di euro e la Guardia di Finanza chiamata a controllare 200 titoli sospetti. La Procura di Roma ha aperto un’indagine.

Intanto la propaganda si scatena. “La Verità” e “Libero” parlano di “casta” cinematografica rossa, senza conoscere nemmeno i rudimenti del sistema. Ma il punto è un altro: a lucrare sul tax credit non sono stati i soliti registi impegnati, ma i grandi gruppi – gli stessi che oggi lamentano lo stallo. Il governo Meloni, che dovrebbe risolvere, si divora le mani (e il tempo). Sabato scorso, Giuli ha dichiarato che col Mef “stiamo riorganizzando tutto”. Ma nessuno ha capito come. Forse Fratelli d’Italia vuole strappare il giocattolo alla Lega, troppo a lungo padrona del settore? Forse Forza Italia si è accorta che al Ministero della Cultura non ha manco un sottosegretario e vuole rientrare in partita? Forse. Intanto, Borgonzoni ripete che va tutto bene, che chi protesta è “sovversivo” e che il settore “funziona benissimo”.

Peccato che, secondo #Siamoaititolidicoda, il 70% dei lavoratori non lavori da oltre un anno. E che i piccoli produttori stiano chiudendo uno a uno. Il finale? Ancora tutto da scrivere. Ma la sceneggiatura, per ora, è un horror. “Evidente – insiste il presidente di IsICult Angelo Zaccone Teodosi – la volontà del Ministero della Cultura di prendere tempo e rimandare la riforma e il riassetto del settore, per la preoccupazione per l’acuirsi delle proteste di gran parte degli operatori: ancora una volta si (mal) governa, senza disporre della strumentazione tecnica adeguata, e la maldestra riforma può paradossalmente peggiorare l’esistente”

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