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Июль
2025

Le webcam spione sono male, ma c’è di peggio

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La scorsa settimana si è tanto parlato e scritto della condanna inflitta dal Tribunale di Milano a cinque esperti informatici, tra cui alcuni installatori di sistemi di domotica, per aver violato la sfera più intima dell’esistenza: quella che si consuma dietro la porta di casa.

Telecamere di sorveglianza hackerate, flussi video deviati su server remoti, immagini private catalogate e vendute al mercato nero digitale come merce d’occasione. Il prezzo? Dieci euro per cinquanta accessi. Diciamo che la dignità umana viene scontata a saldo.

Il fatto che le credenziali di accesso a scene di vita privata vengano vendute a prezzi irrisori rivela la logica perversa della quantità. Non serve che un’immagine valga molto: basta che se ne possano vendere tante. E allora il corpo, il volto, il quotidiano diventano materia prima di un’economia sotterranea che non conosce scrupoli.

La casa, un tempo luogo del rifugio, della sospensione, rischia di diventare un set inconsapevole. Un palcoscenico per occhi estranei, dove la vita accade ma non ci appartiene più del tutto.

Sarebbe comodo etichettare tutto questo come un caso di cronaca giudiziaria. Ma sarebbe anche pericoloso. Perché ciò che emerge da questa vicenda è solo l’ennesima conferma della vulnerabilità dei dispositivi connessi di cui da dieci anni vado dicendo e scrivendo in libri, articoli e interviste.

Abbiamo accolto l’Internet delle Cose come promessa di efficienza e controllo: termostati che apprendono le abitudini, videocitofoni che ci seguono in vacanza, serrature che obbediscono al nostro smartphone. Ma ogni connessione è una porta, e ogni porta aperta senza controllo può diventare un varco.

Come sempre il problema non è la tecnologia, ma l’illusione di neutralità che l’accompagna. In una casa “intelligente”, la linea che separa protezione e intrusione sfuma nell’ambiguità sottesa dalla raggiungibilità da remoto degli oggetti.

La sua natura “non fisica” ci ricorda che l’invisibile è più difficile da temere. Fino a quando non è troppo tardi.

C’è di peggio perché i dispositivi IoT non si limitano a osservare: possono agire. E se possono agire, possono nuocere.

Una serratura smart può essere aperta da remoto. Un sistema di climatizzazione può essere sabotato per danneggiare. Persino un’aspirapolvere smart, se guidata da qualcuno di ostile, può trasformarsi in una sentinella inconsapevole o in un innesco per danni maggiori.

Qui il digitale sfocia nel cinetico: l’informazione non è più solo conoscenza, ma potere che si esercita nel mondo fisico. Un potere tanto più inquietante quanto più silenzioso.

In questo scenario, nessuno è innocente per definizione. I produttori devono progettare dispositivi sicuri sin dall’origine. Gli installatori devono agire con etica e competenza. Le leggi … Quelle arriveranno a partire dall’europeo Cyber Resilience Act che imporrà misure e controlli di sicurezza a tutti i prodotti smart.

Ma anche l’utente, forse soprattutto lui, deve cambiare sguardo. Non si può installare una videocamera come si monta un soprammobile. Non si può trattare una serratura digitale come se fosse un semplice interruttore.

Vivere connessi implica una nuova alfabetizzazione del rischio. E forse anche una nuova idea di casa: non solo spazio fisico, ma perimetro etico e relazionale, da custodire.

Ogni oggetto connesso è una domanda che ci interroga: sei certo di sapere a chi stai affidando la tua vita quotidiana?

L’IoT ci promette efficienza, ma esige vigilanza. E la vigilanza, a differenza del controllo, non è una funzione automatica, ma una forma di coscienza.

Osservando una telecamera ogni tanto mi viene in mente la celebre frase di Nietzsche
“… se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”.







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