Dna ignoto, il giallo della garza usata per il tampone nell’autopsia di Chiara Poggi
GARLASCO. Il Dna maschile di «ignoto 3» trovato sul tampone orale di Chiara Poggi può essere frutto di una contaminazione o essere la traccia lasciata dall’assassino e dimenticata per 18 anni. Per capire quale delle due ipotesi prevarrà gli inquirenti devono risolvere un mistero: quello della garza utilizzata durante l’autopsia per acquisire il materiale genetico dalla bocca della vittima, uccisa in via Pascoli a Garlasco la mattina del 13 agosto 2007. Una strada che appare per ora in salita: nella relazione del medico legale Marco Ballardini, depositata a novembre 2007, non è indicato come fu eseguito il tampone e non è specificato chi partecipò all’esame, anche se emerge oggi che erano presenti, oltre a Ballardini e al suo assistente, tre carabinieri. Circostanze ritenute punti chiave anche dalla perita Denise Albani, la genetista incaricata dalla giudice Daniela Garlaschelli di condurre l’incidente probatorio sulle analisi genetiche, che ha annunciato ai consulenti delle parti coinvolte l’intenzione di chiedere proprio a Ballardini.
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La relazione sull’autopsia
Oggi Marco Ballardini non lavora più al Dipartimento di medicina legale a Pavia, ma per vent’anni è stato un consulente di riferimento per la Procura per i casi di morti violente. Il 16 agosto 2007 eseguì l’autopsia sul corpo di Chiara Poggi: un esame che venne compiuto non a Pavia, ma all’obitorio dell’ospedale civile di Vigevano, dove, tra le varie lacune registrate, non c’era una bilancia per pesare il corpo. Nella relazione di Ballardini si dà conto delle ferite presenti sul corpo di Chiara e si dà atto che è stato eseguito, tra i vari prelievi, anche un «tampone oro-faringeo al fine di consentire, unitamente ai prelievi delle unghie delle mani, dei capelli presenti sulla mano destra, della formazione pilifera presente sulla mano sinistra, l’effettuazione di accertamenti di carattere genetico-forense».
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Quali siano stati gli accertamenti compiuti non è chiaro, ma i Ris (come spiega oggi l’ex comandante Luciano Garofano) si sarebbero limitati a confrontare il profilo genetico della vittima con le tracce repertate nella villetta di via Pascoli, per escludere il Dna della vittima dagli altri possibili profili. Sulla conservazione del tampone nella relazione del medico legale si legge ancora: «I campioni sono stati repertati in appositi contenitori e conservati in frigo congelatore presso il Dipartimento di Medicina Legale di Pavia. Gli stessi, in data 17 agosto 2007, sono stati consegnati a personale del Nucleo Operativo e Radiomobile dei Carabinieri della Compagnia di Vigevano, unitamente alla formazione pilifera presente sulla mano sinistra».
Contaminazione ambientale?
Gli inquirenti dovranno ricostruire l’elenco di coloro che manipolarono il corpo dalla casa fino all’obitorio (la dottoressa del 118, il medico legale Ballardini e gli operatori dell’agenzia funebre Pertusi), chi partecipò all’autopsia (il medico legale e l’assistente, ma erano presenti anche tre carabinieri) e infine escludere una contaminazione dell’ambiente, nella possibilità ad esempio che la garza usata per il prelievo fosse stata toccata da altri tecnici in precedenza. Per ora i dati a disposizione sono quelli indicati dalla perita Albani nel secondo test sul profilo genetico, che ha fatto emergere tre profili utili su cinque (due sono risultati illeggibili).
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Di questi tre, uno ha mostrato un aplotipo Y (linea maschile) compatibile al 99% con Ernesto Gabriele Ferrari l’assistente del medico legale, un secondo è in parte sovrapponibile a Ferrari e in parte no mentre la terza traccia è “mista”, in parte è dell’assistente e in parte dello stesso profilo ignoto. In tutti e tre i casi si tratta di campioni inferiori a una sola cellula, tra i 2 e i 4 picogrammi.
