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Июль
2025

Gaza sta morendo di fame. E così anche i suoi giornalisti

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Una situazione disperata è diventata catastrofica. Se non agiamo ora, non resterà nessuno a raccontare cosa sta accadendo.

A maggio, il Committee to Protect Journalists (CPJ) aveva denunciato le condizioni disperate dei giornalisti a Gaza, costretti a lavorare in stato di denutrizione. I miei colleghi – ha detto Jodie Ginsberg del Committee to Protect Journalists – avevano documentato la fame lancinante, le vertigini, l’annebbiamento mentale e la spossatezza di una stampa palestinese già esausta, che opera in un contesto spaventoso. Oggi, a otto settimane di distanza, quella disperazione si è trasformata in catastrofe.

Diverse testate giornalistiche stanno ora lanciando un appello disperato: i loro reporter – coloro che stanno documentando quanto accade all’interno della Striscia – rischiano la vita a causa del deliberato rifiuto da parte di Israele di permettere l’ingresso di cibo a sufficienza. “Dalla sua fondazione nell’agosto del 1944, AFP ha perso colleghi in guerra, ha avuto feriti e giornalisti fatti prigionieri, ma nessuno di noi ricorda di aver mai visto un collega morire di fame”, ha scritto lunedì un’associazione di giornalisti dell’Agence France-Presse. “Rifiutiamo di restare a guardare mentre muoiono”. Due giorni dopo, la rete televisiva Al Jazeera ha affermato che i suoi giornalisti – come tutti i palestinesi di Gaza – stanno “lottando per la sopravvivenza”, avvertendo: “Se non agiamo subito, rischiamo un futuro in cui non ci sarà più nessuno a raccontare la nostra storia”.

Al Jazeera ha condiviso un messaggio straziante del suo corrispondente Anas Al Sharif, che scrive:
“Non ho smesso un attimo di documentare [la crisi] negli ultimi 21 mesi, e oggi lo dico apertamente… Con un dolore indescrivibile. Sto affondando nella fame, tremo per la spossatezza, e resisto allo svenimento che mi accompagna ogni momento… Gaza sta morendo. E noi moriamo con lei.”

La testimonianza di Al Sharif si ripete, identica, in decine di racconti dei reporter locali. Domenica scorsa, Sally Thabet, corrispondente per il canale satellitare Al-Kofiya, è svenuta dopo una diretta il 20 luglio: non aveva mangiato nulla per tutta la giornata. Ha raccontato al CPJ di essersi risvegliata in ospedale, dove i medici le hanno somministrato liquidi e nutrienti tramite flebo. In un video online, ha spiegato che anche lei e le sue tre figlie stanno morendo di fame. La giornalista palestinese Shuruq As’ad, fondatrice del Palestine Journalism Hub, ha detto che Thabet è stata la terza giornalista a collassare in diretta a causa della fame solo quella settimana.

Questa è una strategia di silenziamento sistematico. La fame è la sua manifestazione più recente e atroce.

Faccio la giornalista da oltre venticinque anni. So bene che i reporter hanno sempre affrontato rischi nei teatri di guerra. Ho amici e colleghi che portano le cicatrici, fisiche e psicologiche, di queste esperienze; alcuni hanno visto morire compagni in Libia, Siria, Bosnia o Sierra Leone. La maggior parte accetta consapevolmente questi pericoli. Ma ciò che accade oggi a Gaza non è la solita esposizione ai proiettili vaganti, alle mine o agli agguati. È qualcosa di diverso. È un processo di annientamento sistematico. E la fame è solo l’ultima, crudele espressione.

Le minacce contro i giornalisti palestinesi non sono nuove. Così come non è nuova la colpevole indifferenza della comunità internazionale. Il 2024 ha segnato il numero più alto di giornalisti e operatori dei media uccisi da quando il CPJ ha iniziato a raccogliere dati. Quasi i due terzi di questi erano palestinesi, uccisi da Israele. Nessuno è stato chiamato a rispondere, nonostante vi siano prove evidenti di attacchi mirati.

La maggior parte di questi reporter non ha scelto di essere corrispondente di guerra. Sono diventati tali perché la guerra è la loro realtà quotidiana. Raccontano ciò che accade perché nessun altro può farlo, visto che Israele continua a negare l’accesso ai giornalisti stranieri nella Striscia – un rifiuto senza precedenti nella storia dei conflitti moderni. Questa restrizione rende ancora più gravoso il compito per i giornalisti locali, costretti a restare sul campo, senza possibilità di ricambio, di tregua o di sostegno esterno.

Il CPJ ha documentato numerosi attacchi deliberati contro di loro: redazioni bombardate, abitazioni distrutte. I giornalisti sono costretti a spostarsi continuamente, cercando riparo in tende precarie. Devono affrontare blackout delle comunicazioni, attrezzature danneggiate, e l’impossibilità di lasciare Gaza, anche quando sono feriti gravemente o in pericolo di vita. A differenza di altri conflitti, come quello in Ucraina, dove esistono giornalisti interni ed esterni che si alternano sul campo, a Gaza non esiste alcuna “staffetta” possibile.

Ora questi giornalisti stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi. La comunità internazionale sa cosa sta accadendo. Lo sappiamo grazie a chi ha documentato gli attacchi ai punti di distribuzione degli aiuti, ha filmato i bambini denutriti e gli ospedali bombardati, e ora sta raccontando il proprio stesso declino.

Nel mondo del giornalismo si ripete spesso che “nessun giornalista vuole essere la notizia”. Ma se non agiamo ora, a Gaza non resterà più nessuno in grado di raccontare alcuna notizia. E quel silenzio – quelle morti – ricadranno su tutti noi.

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