Morto per il cibo finito nei polmoni al Santa Margherita, risarcimento da 1 milione di euro
PAVIA. L’autopsia aveva indicato, come causa del decesso, una polmonite da ingestione accidentale di cibo. Così era morto nel 2021, a 69 anni, un ospite del Santa Margherita, dopo dieci giorni di ricovero. Un decesso che, secondo i giudici di Milano, chiamati a pronunciarsi dopo una prima causa civile a favore della struttura, si poteva evitare con «un adeguato monitoraggio e assistenza» del paziente. Con questa motivazione la Corte di Appello ha ribaltato la decisione del giudice civile di Pavia e ha condannato il Santa Margherita a pagare oltre un milione di euro alla moglie e alle tre figlie dell’uomo.
La struttura, secondo la Corte presieduta dal magistrato Carlo Maddaloni, è responsabile della morte dell’uomo perché «le Rsa sono tenute ad assolvere diligentemente e con perizia gli obblighi di sorveglianza e protezione nei confronti del paziente, in modo adeguato e coerente rispetto alle sue condizioni psico-fisiche al fine di prevenire che questi possa causare danni a terzi o subirne».
Il ricovero e il decesso
La vicenda al centro del procedimento civile risale a quattro anni fa. L’uomo soffriva di diverse patologie, tra cui l’Alzheimer, e il ricovero in una struttura si era reso necessario proprio perché la gestione a casa era diventata più complicata. Lo stato di salute, comunque, non sembrava così compromesso almeno fino al 18 dicembre del 2021, quando era subentrata una crisi respiratoria. Poi il decesso.
La procura, sulla base dell’esposto dei familiari dispose l’autopsia ma l’inchiesta per omicidio colposo si concluse con l’archiviazione. La relazione del medico legale Matteo Moretti è stata comunque presa in considerazione nella causa civile, sia quella avviata davanti al tribunale di Pavia che nell’appello: il consulente aveva ipotizzato, come causa del decesso, una polmonite da ingestione accidentale di cibo. Secondo i familiari, assistiti dall’avvocata Olga Moscato di Pavia, non ci sarebbe stata l’attenzione che il caso richiedeva, da parte dei sanitari, nei momenti di somministrazione dei pasti.
In primo grado, però, il giudice Francesco Forcina condivise le valutazioni dei periti secondo cui la polmonite provocata da ingestione accidentale di cibo rappresenta un evento insidioso, e quindi in questo caso i sanitari non avrebbero potuto fare nulla per evitare la tragedia. Ma la Corte di Appello ha valutato la vicenda diversamente.
[[ge:gnn:laprovinciapavese:15246072]]
Le motivazioni
I giudici hanno preso i considerazione i documenti prodotti dalla famiglia, non solo di tipo sanitario, ma anche relativi alla vita prima del ricovero, quando l’uomo era ancora abbastanza attivo e in condizioni di salute discrete. Fino al momento dell’ingresso al Santa Margherita, l’8 dicembre del 2021, di lui si erano sempre presi cura la moglie e le figlie, che erano riuscite a gestire il proprio caro fino a che questo non era stato più possibile a casa. «Un paziente certamente difficile, al punto che non poteva più essere gestito a domicilio, almeno fin tanto che la situazione non fosse tornata a livelli accettabili – si legge nella sentenza –. Un paziente bisognoso di specifiche attenzioni, perché già a giugno 2021 era stata riscontrata qualche criticità nella deglutizione». Ma nonostante questo, secondo i giudici di secondo grado, «la documentazione clinica è risultata incompleta e lacunosa, priva di annotazioni essenziali relative alle condizioni del paziente nelle ore critiche che hanno preceduto il decesso. Tanto dimostra significativa negligenza nella gestione del paziente». Da qui la condanna a risarcire una cifra ingente, che sarà comunque coperta, su decisione del giudice, dalla compagnia assicurativa.
