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Июль
2025

Dazi, alleanza e strategia: perché l’Europa resta il partner chiave per gli Stati Uniti

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La trattativa tra Ue e Usa non sembra essere mai stata davvero orientata verso una guerra commerciale: per Trump, rappresenta piuttosto un primo passo verso il riequilibrio auspicato sin dall’inizio. I costi interni di una guerra commerciale sarebbero stati troppo elevati, e gli strumenti legali da lui utilizzati sono ancora sub judice.
L’Europa resta, a tutti gli effetti, il partner più solido e complementare degli Stati Uniti sotto il profilo economico, sociale e culturale. Il presidente Trump, consapevole di questa interdipendenza, non ha mai avuto interesse a incrinare una relazione così strategica: piuttosto, ha voluto ridefinirne gli equilibri in senso più conveniente per la sua nazione. Come già accaduto con altri paesi, Trump ha applicato un metodo spregiudicato ma collaudato: minacciare per negoziare da una posizione di forza; ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

Una strategia che, seppur criticata, ha prodotto risultati immediati e ha permesso a Trump di consolidare la propria immagine di “uomo forte” in patria. America First non significa che l’America sia sola. Il risultato attuale, dunque, non è altro che l’esito previsto e pianificato di una pressione calcolata. Donald Trump ha annunciato con enfasi l’accordo con l’Unione europea, definendolo “il più grande accordo di tutti i tempi” e presentandolo come un successo personale in pieno stile “Art of the Deal”. L’annuncio, avvenuto in Scozia, al Trump Turnberry Golf Club, è rappresentativo del connubio tra politica e spettacolo che caratterizza la diplomazia americana contemporanea.

Intesa ancora fluida tra Ue e Usa

Bruxelles ha prudentemente evitato un’escalation dannosa per l’economia europea, accettando di negoziare per guadagnare tempo e stabilità. In questa cornice, l’Ue può tirare un sospiro di sollievo per aver evitato dazi del 50%, accettando barriere del 15% che, sebbene inferiori all’obiettivo iniziale di zero dazi, restano gestibili.

Europa partner e non assistente

Era chiaro, tuttavia, che dietro la spettacolarità dell’accordo si celasse un’intesa ancora fluida. I dettagli restano aperti: non è ancora certo se siano inclusi vino, alcolici, componenti per l’automotive e semiconduttori. Quanto ai 600 miliardi di dollari promessi, in gran parte sembrano rientrare in programmi già pianificati come il Global Gateway e la doppia transizione verde-digitale. Sebbene per l’Europa si tratti di un equilibrio instabile — tra esigenze di continuità economica e l’assenza di un vero tavolo multilaterale — l’Unione esce paradossalmente rafforzata dalla trattativa: da partner, e non assistente.

L’Occidente c’è

Nei prossimi anni, con l’orizzonte del 2029, il mercato si riequilibrerà: maggiori scambi con gli Stati Uniti contribuiranno a rafforzare l’Alleanza Atlantica. A ciò si aggiunge una supply chain più solida e un posizionamento geopolitico più netto. In sintesi: l’Occidente c’è.

Per l’Italia inizia la partita delle esenzioni

L’Italia non ha partecipato direttamente al tavolo della trattativa — e realisticamente non avrebbe potuto farlo — ma ha comunque svolto il proprio ruolo di grande paese membro dell’Unione. In particolare, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha mantenuto una postura equilibrata e costruttiva, rappresentando un’area di pragmatismo e prudenza all’interno del fronte europeo, in contrasto con atteggiamenti più reattivi o vittimistici espressi da altri governi. Ha contribuito così a rafforzare la coesione della linea comune. Meloni ha inoltre sottolineato la necessità di proseguire la trattativa: l’intesa, ha precisato, è ancora una cornice non vincolante, con molti aspetti da definire. Sarà fondamentale, secondo la premier, battersi per le esenzioni su settori chiave — dall’agroalimentare alla farmaceutica — e assicurarsi che i dazi siano effettivamente sostenibili.

Questo accordo, per quanto imperfetto, segna un cambio di passo: la politica commerciale torna al centro delle relazioni transatlantiche.

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