I governi bloccano l’arrivo di studenti palestinesi a Siena
di Arianna Scarselli
È una storia travagliata quella delle bprse di studio finanziate dall’Università di Siena e destinate agli studenti palestinesi; storia non ancora finita. Più di un anno fa veniva pubblicato il bando “Call Just Peace Unisi Scholarships 2024” per l’assegnazione di dieci borse di studio riservate a studentesse e studenti provenienti da aree di crisi, di cui cinque esclusivamente per persone palestinesi. Oltre a queste, ne erano state istituite altre tre dal Dipartimento di Economia politica e statistica, una delle quali vinta da uno studente che vi ha poi rinunciato non volendo abbandonare la famiglia. A queste è da aggiungere un’altra borsa del bando “Call Just Peace Unisi Scholarships 2023”, vinta appunto da uno studente palestinese che già due anni fa non riuscì a lasciare Gaza.
Poche borse per le quali sono arrivate più di 1000 richieste. Le vincitrici, sette ragazze e un ragazzo, sarebbero dovute arrivare a Siena a inizio anno accademico 2024/2025 ma ciò non è stato possibile, in primo luogo per la repressione e il controllo dello Stato genocida di Israele. Complice però è stato anche il Consolato italiano di Gerusalemme che, nonostante si sia sempre mostrato collaborativo, per mesi ha continuato a rifiutare di emettere i visti alle studentesse. Il motivo? Cavilli burocratici: le studentesse, ovviamente, non possono recarsi fisicamente presso la sede consolare per effettuare la rilevazione delle impronte digitali, requisito indispensabile, e perciò il Consolato da un anno rifiuta di rilasciare loro il visto.
A denunciare il fatto sono state le associazioni Yalla Study e Legal Aid che hanno presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. I giudici amministrativi hanno accolto la richiesta e ordinato al Consolato di attivarsi per concedere i visti considerato che, data la “contingenza eccezionale”, sia “materialmente e giuridicamente impossibile seguire le normali procedure amministrative”, e che perciò la prassi potrà essere rivista permettendo un momentaneo rinvio o un’esecuzione tramite delegati.
In questo momento l’Università di Siena, il Consolato e Yalla Study stanno collaborando ma senza un intervento politico le possibilità sono poche. “Difatti – commenta il Professor Federico Lenzerini, Delegato del Rettore alle studentesse, agli studenti, alle ricercatrici e ai ricercatori provenienti dalle aree di crisi – anche l’ottenimento del visto è solo un primo passo: ora spetta al Ministero degli Affari Esteri di trattare con Israele per permettere alle studentesse di uscire dalla Striscia. Serve un’azione politica, qui in gioco non c’è il diritto allo studio ma il diritto alla vita”.
A Gaza, la popolazione è composta principalmente da bambini e ragazzi e sono loro, da quasi due anni, i primi a morire nei bombardamenti delle loro case o di fame, sfollati. Persone che lottano per una possibilità di futuro, che un’infanzia e un’adolescenza normale, senza guerra o repressione, non l’hanno mai vissuta. Studenti per i quali una borsa di studio può fare la differenza fra vivere e morire. E il nostro Paese queste persone le sta abbandonando.
In questi due anni, mentre associazioni, comitati e singoli cittadini di tutto il mondo erano nelle strade a manifestare il sostegno al popolo palestinese, molti governi, omertosi, restavano in silenzio sostenendo di fatto questo genocidio. L’Italia, insieme agli Stati Uniti, in primis. “Questa borsa di studio – hanno dichiarato le cinque studentesse vincitrici del bando Just Peace 2024/25 – ci ha restituito fiducia, consentendoci di immaginare un futuro in cui poter crescere, contribuire attivamente alla società e vivere finalmente in pace“. Tuttavia, ancora non sappiamo quando effettivamente riusciremo a farle arrivare in Italia.
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