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Август
2025

Omicidio di Garlasco: «In questa tragedia non dobbiamo mai dimenticare chi è la vittima»

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PAVIA. Chiara Poggi non lo sapeva che quello del 13 agosto 2007 sarebbe stato per lei l’ultimo risveglio in un’estate afosa. L’ultima mattina in cui vedere il sole, fare colazione, aprire le finestre. Diciotto anni fa la sua vita è stata interrotta violentemente, per volontà di qualcun altro. E chi l’amava ha dovuto imparare una vita senza di lei. Convivere con il dolore di un’assenza quotidiana.

Chiara Poggi è stata uccisa in pigiama, a casa sua, a 26 anni. Di lei restano scolpiti nella memoria collettiva gli occhi, i jeans e la maglia a righe delle foto sui quotidiani. La foto con la canottiera bianca. La giovane economista laureata a pieni voti in Economia all’università di Pavia che stringe la mano al rettore alla Giornata del laureato e sorride. Che - dicono gli amici e i suoi - voleva una casa, una famiglia, un impiego. Che in quell’agosto 2007 resta a casa mentre la famiglia è in montagna per stare con il suo fidanzato, Alberto Stasi, di due anni più giovane, con cui era appena stata a Londra, con cui scambiava sms e mail di tenerezza, ora condannato con sentenza definitiva per averla uccisa.

Una vita interrotta

Chiara Poggi nei racconti di chi la conosceva emerge come una giovane donna semplice, limpida, capace. Ogni sera attraversava la strada e suonava in tuta alla sua migliore amica, quella di sempre. Amava i gatti e la montagna, le farfalle che ora sono sulla sua tomba, capace di non restare indifferente al mondo e agli scandali che coinvolgevano la chiesa quando le inchieste sulla pedofilia erano un tabù.

Ammazzata a casa sua, a 26 anni, con i suoi progetti e i suoi desideri

Il rischio, oggi, però, è che Chiara Poggi resti solo un’immagine bidimensionale. Una foto, un nome, un caso di cronaca, perché lei non c’è più mentre tutti gli altri protagonisti di questa storia parlano, si muovono, continuano le loro vite. «È uno dei problemi relativi al modo in cui si raccontano casi come questo - spiega la filosofa e autrice Silvia Grasso, docente al corso di perfezionamento in Comunicazione di genere dell'università di Pavia - le vittime spariscono sempre dalle narrazioni. Esistono solo nella misura in cui ci si sofferma su di loro con uno sguardo voyeuristico. Le domande frequenti sono: come erano vestite? Come mai si trovavano lì? Cosa potevano fare per evitare quello che è successo? Tutte domande che, tra l’altro, alimentano la vittimizzazione secondaria della vittima. Il caso di Chiara Poggi è emblematico perché a distanza di anni continuiamo a parlarne in maniera scomposta, dimenticandoci però che la vita di Chiara Poggi è stata interrotta per sempre e, per questo, dovremmo avere cura del modo con cui lo raccontiamo. E questo vale per tutti i casi di femminicidio».

«Bisogna riportare al centro della narrazione le vite delle persone a cui è stata tolta la voce»

Mettere le vittime al centro

Spesso, però, parlare delle vittime è difficile, perché loro non ci sono più e non possono parlare e chi potrebbe farlo sceglie il silenzio. Per dolore, sensibilità, pudore, paura di ferire chi è rimasto. «È così - conferma Grasso -. Eppure è davvero necessario raccontare le storie di “donne uccise semplicemente perché donne”, esattamente come fa ogni mese Anna Bardazzi nel suo podcast “Ricorda il mio nome - storie di femminicidi” dove si portano al centro della narrazione proprio le vite spezzate delle donne a cui è stata tolta la voce».

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La strada verso il cambiamento è ancora lunga, ma di passi ne sono stati fatti molti e, per esempio, oggi, l’omicidio di Garlasco, sarebbe probabilmente il femminicidio di Garlasco. «Nel corso degli ultimi dieci anni - dice Grasso - il modo con cui si raccontano i femminicidi è cambiato e sta cambiando anche il modo collettivo di affrontare il tema della violenza di genere. Tuttavia, la strada è ancora lunga e si deve fare ancora molto. Certamente 18 anni fa non c’era la consapevolezza di oggi: l’omicidio di Chiara Poggi allora era un brutto fatto di cronaca nera, oggi anche in tv nei programmi del pomeriggio si parla di femminicidi ed è così che il concetto diventa parte integrante del senso comune. Per portare avanti questo cambiamento serve un impegno costante che può e deve arrivare da tutte le direzioni possibili, e ognuno nel proprio campo può fare la differenza. Accendere i riflettori sulle vite delle vittime, restituendo loro dignità, verità e giustizia, è un punto di partenza, non di arrivi. Sono proprio le parole con cui raccontiamo i fatti ad avere effetti reali e concreti sull’opinione pubblica, e questo è il potere, ma anche la responsabilità, di chi scrive le storie».

«Oggi l’omicidio sarebbe il femminicidio di Garlasco. Gli uomini che uccidono donne non sono tutti pazzi, c’è sistematicità culturale»

È il caso di ricordare che, per definire “femminicidio” non basta che sia una donna a morire: «È femminicidio - spiega Grasso - se una donna viene uccisa in quanto donna. Si tratta di un esercizio di potere, il più atroce e violento di tutti. Facciamo di tutto per rimuoverlo e negarlo, ma per secoli tutte e tutti noi, uomini e donne, siamo stati cresciuti immersi in una cultura specifica dove le donne valgono meno. E se io uomo so che tu donna vali meno, so che la tua vita è legata alla mia volontà. C’è un dislivello nell'affermazione della volontà maschile a discapito di quella feminile: ne è sintomo la gelosia tra gli adolescenti, per esempio, fortissima e controllante. Tutto questo è ancora da scardinare, ed è uno dei motivi per cui dobbiamo evitare di parlare di raptus, follia, pazzia: c’è una sistematicità culturale dei femminicidi che non possiamo continuare a negare e a non vedere. I dati parlano chiaro per chi li sa leggere: statisticamente, non possono essere tutti pazzi, e le sentenze confermano che non lo sono».







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