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Август
2025

È sulle spalle di Eliot l’incontro tra cattolici e conservatori: per la riscoperta dell’Occidente profondo

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Nei momenti di incertezza e stress ci si aggrappa ai grandi, ai giganti. Talvolta agli inattuali. E non potrebbe essere altrimenti. Uno di loro è certamente T. S. Eliot, autore del motto dell’edizione 2025 del Meeting di Rimini, l’annuale evento di Comunione e Liberazione che dà ufficialmente il via alla stagione politica. Eccolo: «Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi». 

Un poeta sempre meno citato o celebrato, nonostante sia stato un faro del Novecento, insignito del Nobel, e un visionario che ha anticipato il Ventunesimo secolo. Sì, colui che nella Terra desolata (1922) aveva decretato che «aprile è il mese più crudele», che «smuove memoria e desiderio». Era un cristiano, un conservatore, un avversario dei totalitarismi e un implacabile critico dell’economicismo dilagante. Monarchico. Liberale e democratico. Un modernista che si abbeverava alla tradizione. Un americano che decise di trascorrere la sua esistenza in Gran Bretagna, leggendo Dante e dialogando con Ezra Pound («il miglior fabbro»). Ingredienti che fanno di lui un vero occidentale e un convinto europeo. In nessuno dei due casi, però, si tratta di un paradosso: abbiamo a che fare con un esploratore desideroso di andare al cuore di una civiltà dalle radici profonde, piantate tuttavia in alto, nelle regioni dello Spirito, e non tanto a terra, tra le pastoie della materia.

La passione di don Luigi Giussani per l’inquietudine di Eliot è nota a chiunque abbia frequentato i suoi scritti sul rapporto tra età moderna e fede. Lo considerava un modello di riferimento, un esempio positivo, un autore imprescindibile. Non è un caso se CL abbia voluto battezzare il Meeting di quest’anno con un richiamo ai Cori da La Rocca. Proprio ora che ci sarebbe tanto da ricostruire.

La premier Giorgia Meloni, intervenendo a Rimini, ha colto le traiettorie dell’interesse di Giussani per il poeta che nel 1927 abbracciò la Chiesa anglicana, declinandole attraverso l’attualità entropica di questi anni. Parole che i volontari di Comunione e Liberazione, probabilmente, attendevano da tempo da chi governa. Ed esse segnalano non soltanto un sentire comune, un punto di convergenza, ma anche il tentativo di tradurre e radicare i principi cristiani nella concretezza del presente. Non si spiegano altrimenti i lunghi applausi.

Quello della premier è stato un intervento denso e dal forte impatto semantico, con ampi richiami a quei valori che fanno parte del tessuto culturale italiano. Valori che spesso sono mortificati da tendenze che hanno in orrore l’antropologia umana finora conosciuta, così come i richiami pubblici al sacro, a una laicità positiva e al valore delle comunità. Balsamo per le orecchie.

Lavoro, casa, futuro, dialogo e pace – con particolare riferimento all’Ucraina e alle garanzie di sicurezza sulle quali la diplomazia italiana sta lavorando – sono stati i cardini del discorso con cui Meloni ha voluto riannodare un filo non solo con CL, ma con l’intero mondo cattolico. Un mondo che – come ha riconosciuto Rosy Bindi parlando con La Stampa – nel Pd non trova più interlocutori credibili. Tutto questo mentre papa Leone XIV, proprio in questi giorni, ha chiesto ai cattolici in politica di rispolverare il «non possiamo» del Nuovo Testamento quando i temi sono in conflitto con i valori fondamentali.

I Cori da La Rocca hanno come protagonisti degli operai chiamati a edificare una chiesa in un territorio ostile: le periferie urbane, in pieno deserto esistenziale. Alla fine ci riusciranno, nonostante gli imprevisti, le avversità e i tanti individui anestetizzati pronti a opporsi. Meloni ha individuato un’analogia tra la tensione verticale di Eliot e quella di Michael Ende, autore de La storia infinita, padre di Atreju, personaggio fantastico che ha ispirato l’altro meeting, quello dei giovani identitari.

Eliot era ed è parte di quel pantheon, come può testimoniare Marcello Veneziani, intellettuale che quel mondo lo conosce da vicino. Assieme a Tolkien e al filosofo Roger Scruton, è accomunato da un idem sentire che da tempo è esplicito e coerente. Certa intellighenzia, tuttavia, stenta a riconoscerlo, derubricando il tutto ad appropriazione indebita o a inciampo momentaneo. Invece no: il retroterra c’è, ed è dotato di una grammatica che non è necessariamente politica, ma utile, per chi ha responsabilità di governo, a scovare le tentazioni del potere.

Eliot è decisamente fuori moda perché scriveva di realtà che l’orecchio contemporaneo non sa più ascoltare. E perché si faceva carico di interrogativi che si ritiene possano essere rinviati fino all’ultimo. Aveva il dono della poesia, che lo liberava dall’obbligo di pensare in maniera sistematica alla filosofia e alla politica.

Ma una sua idea sulle cose del mondo l’aveva, eccome. Ragionava da conservatore, anche se in polemica con i Tories. Credeva nelle grandi trasformazioni, ma temeva le rivoluzioni. Era liberale, ma avvertiva nel liberismo delle frequenze totalitarie. Credeva in una società cristiana, ma non nella restaurazione.

Era convinto che «se il cristianesimo scompare, scompare l’intera cultura. Allora bisognerà ricominciare dolorosamente da capo, e non si potrà indossare una nuova cultura bella e pronta. Bisognerà attendere che cresca l’erba, per nutrire le pecore, per avere la lana, per farsi un nuovo mantello onesto e caldo». Con lo sguardo rivolto al futuro, Eliot era consapevole che «non saremo noi a costruire la cultura del futuro. La faranno i nostri figli e i nostri nipoti, e quelli che verranno dopo di loro. E dovremo preparare qualcosa che noi stessi non prevediamo». Ecco: probabilmente siamo già in quella fase.

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