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Октябрь
2025

Richard Gere da principe azzurro a cavaliere buzzurro della causa pro-Pal: l’intervista a “Repubblica” è tutt’altro che peace and love

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Richard Gere, da Ufficiale e Gentiluomo e principe azzurro con le vertigini in Pretty Woman, da un po’ ormai si presenta alla platea mediatica nella veste dimessa (ma non troppo) del monaco buddista con qualche insopprimibile retaggio divistico di stampo hollywoodiano. E così, schierato malgrado l’auto-esilio spagnolo sul fronte liberal delle stelle d’oltreoceano rigorosamente anti-Trump, si presenta al pubblico mediatico dio casa nostra in versione zen, modello “cavaliere buzzurro” con tanto di lancia in resta votata alla causa immigrazionista e pacifista declinata alla retorica terzomondista.

E il suo predicare in tv e sulla stampa amica è tutto un esortare a “peace and love”, specie se si tratta di migranti. Di attaccare Salvini sulla vertenza Open Arms, ieri. E al momento, ideologicamente imbarcato – perché di fatto vive e invecchia sapientemente nel suo buen retiro spagnolo dopo l’ascesa e il ritorno di Trump alla Casa Bianca – sulla Flotillia.

Richard Gere e la nuova “missione ideologica”: dalla Open Arms alla Flotilla

Tutto questo per spiegare perché e come l’ultima comparsata in Italia di Richard Gere non sia certo passata inosservata. E del resto, chi ci dice che la star hollywoodiana volesse farla passare sotto silenzio, vista la vetrina scelta per mostrarsi in tutto il suo splendore spirtitual- divisitico sul canale Warner ospite di Fabio Fazio?… Ma non basta: e così, forse ritenendo canonica e prevedibile la passerella domenicale su La Nove, l’attore americano si è concesso a un’intervista fiume per la Repubblica, (altro sito ad hoc dal cui pulpito sermoneggiare)… Confermando la sua metamorfosi definitiva: da seducente sex symbol e icona dello stile Armani, a guru buddista con l’ossessione della politica internazionale, rigorosamente a senso unico e di stampo militante.

Richard Gere, da ex divo e icona Armani a guru (e attivista) peace and love e…

Eppure, almeno di facciata, Gere è in Italia per promuovere un documentario sul Dalai Lama, il suo maestro spirituale. Ma la sua “saggezza della felicità” si è subito tramutata in un flusso di fuoco e condanna contro ogni nemico ideologico della sinistra progressista. Del resto, non è un mistero che l’attore americano abbia un debole per le cause più estreme da cavalcare (e con cui cavalcare l’onda dei consensi dissidenti). Già in passato, non a caso, si era calato nei panni del “peone dei migranti” salendo a bordo della nave Open Arms per sfidare l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, finendo per essere chiamato a testimoniare nel processo (salvo poi non presentarsi).

Oggi, l’impegno si sposta (strategicamente? Mediaticamente?) sull’asse Mediorientale. Così, dopo aver presentato un’immagine di sé come portatore di meditazione profonda e compassione universalista, Gere non esita a dare il suo pieno appoggio alla flotilla: ovvero a quelle navi che hanno tentato di sfondare a forza – e nonostante i molteplici allarmi e richiami – il blocco israeliano su Gaza. Un gesto, a suo dire, «un gran gesto», che lo ha automaticamente imbarcato (a distanza fisica) ma ideologicamente ravvicinata, in una delle operazioni più controverse e politicamente “cariche” del panorama internazionale.

Richard Gere, tra lo Zen e la furia: Trump, Netanyahu e le destre sotto attacco

La logica è chiara: l’attivismo à la carte lo porta sempre e comunque a schierarsi con chi è in aperta contrapposizione con le politiche dei governi di destra. Allora, ci sembra di capire, il paradosso del “monaco” buddista Gere è proprio questo: pur professando la dottrina della compassione e della non-violenza fin dai 22 anni – quando scoprì che la pratica Zen era il suo «modo di stare al mondo» – le sue parole sono puro veleno politico. E linfa vitale per i pro-Pal all’arrembaggio…

Tanto è vero che l’attore, intervistato in tv e sul quotidiano citato, non usa mezze misure per descrivere i suoi bersagli pesi di mira da ex divo in prestito alle cause umanitarie da cavalcare a distanza. Convinzioni che lo portano a definire, senza mezzi termini di facciata o di maniera, Donald Trump un «folle» e un «dittatore». E poco importa, in fondo, che quello da lui utilizzato sia un linguaggio che mal si sposa con la serenità che ci si aspetterebbe da un seguace del Dalai Lama. Il suo lessico, per i proselito del rito “anti” è perfetto per infiammare il dibattito liberal americano.

Anche Benjamin Netanyahu finisce nel mirino del divo

E se non fosse ancora abbastanza, l’attore smessi completi Armani e indossata la tunica ocra e rosso bordeaux, non manca di inveire contro le destre al governo. Il riferimento, neanche troppo velato, è alle leadership che, a sua detta, «seminano odio» e che, a suo dire, devono essere combattute. Alla fine della fiera, insomma, l’ospitata da Fazio, già nota per essere una tribuna privilegiata per i messaggi politici di una certa area, e la successiva intervista a Repubblica, confermano un trend preoccupante: l’uso politico dell’intrattenimento. Tanto che, mentre presenta un film sulla “saggezza della felicità”, Richard Gere si presta volentieri al ruolo di megafono ideologico, utilizzando la sua notorietà per fare campagna elettorale, seppur indiretta, e lanciare i suoi anatemi contro chi governa, in Italia come negli Stati Uniti e in Israele.

L’intrattenimento che diventa propaganda

Si rinnova così la retorica dell’élite hollywoodiana che, pur vivendo in un contesto di lusso e privilegi (come l’Hotel Armani a Milano, citato da Il Sole 24 Ore), si erge a giudice morale del mondo, dispensando lezioni di umanitarismo e compassione selettiva. Ma sia chiaro: solo a patto che questa si traduca in un attacco frontale alle forze conservatrici.

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