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Октябрь
2025

L’Europarlamento “coccola” l’antifascismo militante: un’immunità che sa di complicità

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Dietro la falsa rappresentazione del garantismo sul caso di Ilaria Salis (una delle ipocrisie più smaccate della sinistra: l’immunità vale solo per i propri) si cela uno scenario inquietante. Qualcosa che ha a che fare con il brodo di coltura da cui proviene l’insegnante precaria che di professione, perché così si professa, fa l’antifascista militante. Proprio di quell’ambiente Salis è diventata l’eroina, dopo che è stata fermata dalla polizia a Budapest assieme ai membri della famigerata Hammerbande: la banda di picchiatori “antifa” che ama prendere e colpire vigliaccamente alle spalle gli ignari avversari politici. Così è avvenuto, a margine delle celebrazioni del Giorno dell’Onore, nei confronti di tanti malcapitati fra cui quelli bastonati dagli “amici” (rei confessi) di Ilaria: l’unica colpa delle vittime? Avere le sembianze di militanti nazionalisti e di destra. Parliamo di questo ambientino, quando parliamo del caso Salis.

Ora, non sappiamo se la parlamentare di Avs (candidata ed eletta dalla sinistra radicale di Avs proprio per scansare il processo) sia colpevole o innocente delle accuse che le vengono rivolte e ci siamo sinceramente indignati nel vedere le immagini dei ceppi alle sue caviglie durante la detenzione in Ungheria; ma il voto di ieri della plenaria di Strasburgo non si è basato su questo sacrosanto principio: la presunzione di innocenza, cardine del diritto e del sistema delle garanzie. No, la plenaria di Strasburgo ha approvato, per solo un voto e a scrutinio segreto, l’immunità a favore dell’eurodeputata con l’obiettivo di salvarla politicamente – finché possibile – dall’aula del legittimo Tribunale. Per un presunto fatto, come è evidente, che sarebbe stato commesso prima del suo ingresso nell’Europarlamento: il quale nulla c’entra con il suo mandato politico. O no?

In verità dalla relazione del presidente della commissione Juri dell’Europarlamento – il bulgaro Ilhan Kyuchyuk – emerge una tesi difensiva inquietante: secondo cui lo scopo principale della richiesta di revoca dell’immunità, su cui è invocato il fumus persecutionis, sembrerebbe «quello di voler zittire Salis a causa delle sue da tempo consolidate opinioni politiche e del suo attivismo, in particolare per essersi opposta alla commemorazione neo-nazista annuale autorizzata a svolgersi a Budapest, opinioni e attività che sono anche alla base del suo impegno e della sua attività politica in qualità di membro del Parlamento». Tradotto: Salis non deve andare a processo in quanto “antifascista” a tempo pieno, con i soldi dei contribuenti, a Bruxelles.

Una decisione dell’Aula, come ha spiegato il relatore del caso, il popolare Adrian Vazquez Lazara, che smonta – e non difende! – lo Stato di diritto, dato che chi deve giudicare il sistema delle garanzie in Ungheria «sono la Commissione o i tribunali, non certo il Parlamento». Si è trattato, dunque, di una decisione politica che ha esondato sul terreno giudiziario in nome di un’idea pericolosissima: l’antifascismo militante, secondo costoro, non può andare alla sbarra. Guarda caso proprio le parole dello striscione esposto nelle piazze dagli amici della Salis, nei mesi della detenzione: «L’antifascismo non si processa». Parole e concetti (ma poi c’è chi passa alla pratica) che siamo abituati ad ascoltare puntualmente nelle piazze con i vari «10, 100, 1000 Acca Larenzia» e «Uccidere un fascista non è reato»; o dalla bocca di tanti vecchi e nuovi cattivi e incoscienti maestri pronti ad insegnare oggi ai propri alunni all’università «i valori dell’antifascismo in modo militante».

Vedere adesso metà Aula del Parlamento di Bruxelles applaudire e sdoganare il pugno chiuso vibrato dalla Salis in segno di vittoria «dell’Europa antifascista» – con tanti franchi tiratori, purtroppo, dalle fila del centrodestra – non è stato uno spettacolo edificante ma un segnale preoccupante. Non è stata una concessione di immunità: è stata un’ammissione di complicità. Un sostanziale via libera all’impunità.

 

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