«La nostra vita ostaggio del cantiere Rfi, ma almeno dateci un posto per l’auto»
Ivrea
Lanciare gli areoplanini di carta mirando al cantiere è l’unica attività che strappa un sorriso. «I nipoti sul terrazzo, sa come sono i bambini». Fanno anche le nonne, le sorelle Maria Rosa e Giovanna Rodda. La vita, nella loro casa di mattoni rossi su due piani confinante con piazza Perrone, dal 18 marzo 2024 è cambiata radicalmente. Da un anno e mezzo “si godono” l’affaccio sul cantiere Rfi, dove gli operai stanno bucando la montagna per dimensionare la galleria ferroviaria al transito dei treni elettrici. «È successo di tutto in questi mesi, e ogni giorno ce ne aspettiamo una». Chiamarli disagi è ancora poco. Si va dalla polvere spessa che fa da coltre a davanzali, fioriere e balconi, alla pioggia di diorite. Dallo scarico della fognatura dell’agenzia viaggi tappato che ha finito per allagare la loro cantina (lasciando lungo la scala vistose screpolature di umido già sollevate dal muro), fino al rumore assordante da mattina a sera, quando è stata messa in funzione la trivella-talpa. Scorrendo la lista delle seccature, che minuziosamente documentano in un raccoglitore a faldone che l’avvocato gli ha consigliato di aggiornare, salta fuori il periodo in cui le finestre del locale di servizio erano state schermate (ed è l’unico lato non cieco della casa, essendo l’edificio quasi appoggiato al monte), e un’altra volta ancora quando per guadagnare l’uscio le Rodda dovevano camminare su una passerella di legno, avventurandosi su assi instabili «che gli operai ci aiutavano a percorrere prendendoci a braccetto». L’elenco è lungo. Come se non bastasse aver visto Rfi installare sul muro esterno una telecamera e dei sensori: «Prima che iniziassero a far tutto hanno fotografato lo stato dell’arte della palazzina, i sensori servono a verificare l’eventuale progressione delle microcrepe o che non si creino danni strutturali. Ci hanno detto che faranno il punto alla fine dell’opera. Naturalmente non sono rassicuranti queste cose». La loro, ora come ora, è un’esistenza complicata, inutile negarlo. Fin da quando hanno preso il via le operazioni interminabili riguardanti lo spostamento dei sottoservizi, hanno capito che il loro trovarsi a ridosso del cuore del cantiere finalizzato all’elettrificazione gli avrebbe creato una marea difficoltà, che nemmeno la pazienza di Giobbe.
«Quello che più ci penalizza è il posteggio. Il nostro garage è stato chiuso subito». Per questo Rfi ha corrisposto loro una compensazione di 2mila euro per il primo anno e mezzo di mancato utilizzo. Adesso «ci è stato comunicato che arriveranno altri soldi per i prossimi dieci mesi. Non sappiamo quanti».
Il garage off limits merita un capitolo a parte. Perché «non siamo più giovanissime, ci sono i nipoti da gestire, la spesa da scaricare e portare a casa, e le borse pesano: trovarsi di punto in bianco senza box è un problema tanto grave quanto più andiamo incontro al secondo inverno». Le hanno provate tutte in questi mesi. Hanno affittato uno stallo in via Aldisio, «ma era troppo lontano». Poi hanno tentato senza successo con l’autosilo di via Castiglia. «Ora quando c’è posto la mettiamo dove parcheggiano quelli di Rfi, davanti alla fontana. Ma se lì è tutto occupato ci dobbiamo arrangiare».
