‘Io. Stella del mattino’: Veronica Madia racconta Lucifero
Selezionato per la vetrina di Casa Sanremo Writers 2026, Io. Stella del mattino di Veronica Madia (Independently published, prima edizione settembre 2025, € 14,14) racconta Lucifero in prima persona: la caduta, l’orgoglio, la tentazione come sguardo e voce. Dall’Eden al XX secolo, l’angelo ribelle attraversa Roma e un convento periferico, si specchia in uomini e scelte, e mette alla prova il confine tra libero arbitrio e destino.
Perché affidare la narrazione direttamente a Lucifero? Che cosa permette di dire, in termini di verità e ambiguità, questa voce in prima persona?
Ho scelto di affidare la narrazione direttamente a Lucifero perché volevo dargli una voce che normalmente non ha. In tutte le rappresentazioni tradizionali non parla, non esprime pensieri o emozioni: è una figura esterna, giudicata dagli altri. Io credo invece che anche lui, come chiunque, debba avere la possibilità di raccontarsi, di mostrare la propria prospettiva. La narrazione in prima persona permette di esplorare la sua verità e offre al lettore un accesso diretto alle sue emozioni, ai suoi dubbi, alle sue contraddizioni. È un modo per umanizzarlo e far capire che la sua storia non è solo un mito, ma anche un percorso interiore complesso e intenso.
La scena dell’Eden e il “morso” sono riscritti in chiave psicologica. Qual è stato l’elemento più difficile da trattare senza cadere nel didascalico?
È stato impegnativo raccontare in breve gli avvenimenti chiave che riguardano Lucifero, dalla sua creazione alla cacciata dal Paradiso, senza cadere nel tono didascalico. Non c’è un episodio più difficile degli altri: li ho affrontati tutti allo stesso modo, cercando di restituire emozioni e motivazioni. Vestire i panni di Lucifero mi ha aiutata a mantenere distanza dallo stile descrittivo e a far emergere la sua psicologia, lasciando che fosse lui a parlare, a sentire, a giudicare.
Perché scegliere Roma anni ’70 come teatro della “tentazione proibita” e che funzione ha il convento nell’arco narrativo?
Ho scelto la Roma degli anni ’70 perché era una città in bilico tra modernità e tradizione. Era un tempo di cambiamenti profondi, anche per la Chiesa, e questo contrasto offriva il contesto ideale per raccontare una “tentazione proibita”. Il convento, in questo senso, diventa il cuore simbolico del romanzo: un luogo di silenzio e introspezione, ma anche di confronto con la realtà esterna. È lì che i personaggi si misurano con la fede, con il desiderio e con la possibilità di redenzione.
Tra ira, acredine e desiderio di ritorno, qual è l’emozione che in definitiva definisce il suo Lucifero?
Credo che l’emozione che definisce davvero il mio Lucifero sia la nostalgia. Non una nostalgia malinconica, ma qualcosa di più profondo: il desiderio di tornare a ciò che era, a quella luce che ha perduto e che continua a cercare, anche quando finge di rinnegarla. In lui convivono l’ira, l’orgoglio, l’acredine, ma sotto tutto questo c’è una ferita che non si rimargina, una mancanza che lo muove e lo tormenta. È la nostalgia del Paradiso, del bene, di sé stesso com’era prima della caduta. Ed è proprio questa contraddizione a renderlo vivo, umano, capace di amare e di soffrire come nessun altro.
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