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“Riforma della Giustizia e dintorni”: il libro di Parodi e Pellicano per capire il referendum di marzo – L’ESTARTTO

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È in uscita mercoledì 21 gennaio per Compagnia editoriale Aliberti “Riforma della Giustizia e dintorni” di Cesare Parodi e Carlo Maria Pellicano. Il libro, che si avvale del contributo di Paolo Toso, si presenta come un valido strumento per comprendere la riforma della Giustizia sulla quale il Paese è chiamato a esprimersi domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026: uno strumento per tutti, per partecipare attivamente alla vita democratica fuori da ideologie e appartenenze politiche.

«Una scelta», scrivono gli autori [Cesare Parodi è presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Carlo Maria Pellicano è Sostituto Procuratore Generale presso la Procura Generale della Corte di Appello di Torino, Ndr] «che dovrebbe essere affrontata conoscendo per sommi capi la realtà giudiziaria: chi sono e cosa fanno i magistrati, in cosa consiste il loro lavoro, quale la differenza tra un giudice e un pubblico ministero. E ancora, da chi sono svolte le indagini, come si arriva a una sentenza e quando e perché una sentenza deve essere impugnata. È altrettanto importante capire come mai questa proposta di riforma arriva proprio oggi, in quale contesto sono maturate le condizioni per affrontare questi temi e se, effettivamente, l’immagine della magistratura per come viene percepita e per come viene descritta può condizionare le scelte sui valori che il referendum ci pone».

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni estratti del volume:

Vi sono molti Stati dove è prevista la separazione delle carriere, anche se con modalità ed esiti molto differenti.

Noi pensiamo che la realtà italiana, che è quella di cui dobbiamo occuparci, sia straordinariamente complessa e ricca di sfaccettature, e che si debbano considerare anche le implicazioni direttamente e indirettamente politiche che le scelte che impone la riforma potranno avere su quello che potrà essere l’esercizio in concreto della giurisdizione.

Perché negare la forte, storica “specificità” del sistema sociale, politico e giuridico italiano? La storia parla per noi. Ascoltiamola.

Il fatto che in molti Paesi occidentali esista la separazione delle carriere è portato dai sostenitori del SÌ come argomento a proprio favore. Se osserviamo la realtà in termini oggettivi, il confronto con altri Paesi non risulta assolutamente convincente.

Nei Paesi dove vige la separazione delle carriere, il Pm è sottoposto, in vario modo, al controllo da parte del potere esecutivo. Si tratta di sistemi fondati su equilibri istituzionali diversi dal nostro, in cui sono

previste altre forme di garanzia e di bilanciamento dei poteri dello Stato.

Importare quel modello – o meglio, delineare un sistema costituzionale nel quale quel sistema potrà essere introdotto, perché questa è la funzione dei princìpi costituzionali – senza introdurre le stesse tutele, significa alterare profondamente gli equilibri tra potere esecutivo e potere giudiziario che la nostra Costituzione aveva delineato.

In realtà, il sistema giudiziario italiano, oggi sotto attacco, è considerato tra i più avanzati al mondo ed è un punto di riferimento in Europa proprio perché assicura l’imparzialità del pubblico ministero e una giustizia libera da pressioni politiche.

È assolutamente pacifico che in molto Stati nei quali le carriere sono separate esistono forme di controllo o condizionamento dell’esecutivo sul Pm. È questa la soluzione che vogliamo o che siamo pronti a mettere in conto per il futuro?

Vogliamo davvero che a ogni mutamento politico, in esito alle elezioni, la parte soccombente abbia motivi di temere indagini strumentali all’affermazione del potere gestita dai Pm condizionati dai nuovi organi governativi? È una prospettiva accettabile? Sarebbe una possibilità così remota? Non lo crediamo. Certo, oggi tutti assicurano che questo non avverrà, che non è previsto, che non è nei programmi: ma i programmi cambiano, come le maggioranze politiche e il Governo. La Costituzione dovrebbe garantirci tutti e per un periodo di tempo potenzialmente indeterminato.

Non possiamo non citare, al riguardo, le parole del ministro Nordio in una intervista del novembre 2025: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo».

Con questa frase, tutto è molto chiaro.

La giustizia che noi vorremmo, al contrario, dovrebbe essere:

• uguale per tutti, forti e deboli;

• libera da pressioni politiche;

• autonoma e indipendente;

• efficiente e dotata di risorse per dare risposte tempestive.

[…]

Probabilmente un Pm davvero autonomo e indipendente come quello italiano è un’anomalia fastidiosa per qualcuno, ma forse lo è soprattutto perché garantisce piena attuazione al principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. E credo che questo modello di Pm dovrebbe essere difeso anche soprattutto dagli avvocati.

A sostegno della riforma di frequente ormai si sostiene – in termini chiaramente dispregiativi – che il sistema italiano sarebbe paragonabile solo a quello della Romania, della Bulgaria e della Turchia.

Da uno dei più recenti dossier parlamentare (AS 1353 B – Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte Disciplinare, 30.9.2025), in realtà emerge una realtà diversa.

In Francia, dove vi è un unico Csm, le carriere non sono separate e i passaggi da una funzione all’altra sono possibili e anzi avvengono di frequente. Il passaggio di funzioni impatta però sullo status e sulle garanzie che sono diverse. Ad esempio, solo i giudicanti hanno l’inamovibilità. I requirenti dipendono dal ministro della Giustizia e sono gerarchicamente subordinati a quest’ultimo, che può deciderne anche a discrezione il trasferimento.

In Germania non vi è uno sbarramento al cambio di funzioni che avviene regolarmente; sono comuni tra giudici e Pm la formazione, il trattamento economico e le promozioni, anche se il Pm dipende dall’esecutivo.

Sono carriere separate, ma si registrano passaggi frequenti soprattutto per le posizioni apicali.

Negli Usa, patria del modello accusatorio nel senso che lì “comanda l’accusa” (infatti il settanta per cento dei procedimenti si chiudono con un patteggiamento), le carriere non sono affatto separate, anzi l’esercizio delle funzioni requirenti rappresenta spesso il migliore trampolino di lancio per la successiva nomina a giudice (quasi tutti gli attuali componenti della Suprema Corte sono stati prima prosecutor).

Al contrario, nei Paesi europei in cui vi è una netta separazione delle carriere come in Spagna, il Pm non gode della stessa indipendenza dal potere politico del giudice e solo quest’ultimo gode dell’inamovibilità; in effetti, il Pm in Spagna non ha né indipendenza né inamovibilità (la Costituzione riconosce queste garanzie solo a giudici e magistrati, art. 117, comma 1 cost). Governo, direzione, controllo e rappresentanza del Pm spettano al procuratore generale dello Stato nominato dal re su proposta del Governo. E, tuttavia, vi è un progetto di modifica (121/000059 del 22.5.2025) diretto a valorizzare l’autonomia e l’indipendenza del fiscal (ossia del Pm spagnolo, guarda caso traendo ispirazione dal modello italiano).

In Portogallo, invece, il Pm ha lo stesso statuto di indipendenza dell’attuale Pm italiano, ma è inserito in una struttura fortemente gerarchizzata con a capo il procuratore generale nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Governo. Anche in Portogallo è possibile il passaggio tra carriere (con processo di selezione interna e ulteriore periodo di formazione specifica).

Emblematico su questi aspetti un documento firmato dai pubblici ministeri portoghesi, che esprime preoccupazione per il contenuto della legge Nordio, timori per i crescenti tentativi di delegittimazione della magistratura e solidarietà ai colleghi italiani: «Osserviamo con inquietudine che si sono intensificati tentativi di delegittimazione e attacchi pubblici alla magistratura, trattando giudici e procuratori come bersagli di una retorica che mette in discussione il loro ruolo di garanti dei diritti fondamentali, delle libertà e della legalità costituzionale».

I Pm portoghesi descrivono il modello italiano come «un esempio di equilibrio tra autonomia funzionale e indipendenza costituzionale dei magistrati» che, grazie a un «robusto quadro normativo», garantisce da un lato la libertà d’azione dei magistrati e dall’altro la protezione effettiva contro eventuali interferenze esterne, anche di natura politica.

Nel documento si legge che «l’imposizione di un controllo politico sul sistema giudiziario rappresenta una grave minaccia e compromette la tutela effettiva dei diritti fondamentali dei cittadini di fronte a potenziali abusi del potere esecutivo», ed esprimono «piena solidarietà ai magistrati italiani, che continuano a svolgere la loro funzione con integrità e rispetto del mandato costituzionale, nonostante le campagne di intimidazione e delegittimazione orchestrate contro di loro», e ribadiscono il «sostegno ai magistrati italiani: la loro resistenza è anche la difesa di tutti i cittadini europei».

Ebbene, a tutti coloro che affermano di non volere in alcun modo, né oggi né in futuro, una dipendenza

del Pm dall’esecutivo, questi dati non fanno riflettere? Davvero siete tutti assolutamente tranquilli?

[…]

Perché NO

È sulla base di quanto abbiamo cercato di chiarire, che crediamo sia giusto votare NO rispetto a una riforma che:

––non accorcia i tempi dei processi e aumenta i costi della giustizia;

––non renderà la giustizia più efficiente;

––triplicherà costi e burocrazia sdoppiando il Csm e istituendo l’Alta Corte Disciplinare;

––intacca la separazione dei poteri e il principio di uguaglianza;

––espone la giustizia a condizionamenti politici;

––trasforma la natura del pubblico ministero da organo di giustizia imparziale ad accusatore;

––altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato;

––soprattutto, svuota l’articolo 3 della Costituzione, compromettendo l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

L'articolo “Riforma della Giustizia e dintorni”: il libro di Parodi e Pellicano per capire il referendum di marzo – L’ESTARTTO proviene da Il Fatto Quotidiano.







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