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Ivrea, aiuto alle donne nel nome di Violetta: «Così ci siamo affrancate dalla violenza»

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IVREA. Si sono conosciute nel complesso percorso della psicoterapia di gruppo per affrancarsi da una situazione di oppressione e violenza. Messe a nudo lì, una di fronte all’altra, a capire il perché ci si ritrova immerse in una situazione che stritola ogni giorno di più fino a quando non arriva il momento del coraggio: alzare la testa. E, da quel momento, hanno lavorato su se stesse. Per anni. Fino a – parola di una di loro (chiamiamola Sara) – “trovare la nuova me stessa, rivedermi cambiata, essermi conosciuta, avere capito chi fossi fin dall’infanzia, perché non ne avevo idea”.

Sara e le altre sono alcune delle donne inserite nei primi due gruppi del Progetto Violetta. Era il 2017. Psicoterapeuta Barbara Bessolo, direttrice scientifica di quella che dal 2020 è diventata l’Associazione Violetta la forza delle donne e che attualmente lavora con altre professioniste specializzate, psicoterapeute e avvocate.

E poi ci sono loro, le Donne di Violetta: donne che oggi hanno ripreso in mano la propria vita, donne che hanno spezzato i legami che le tenevano ancorate a storie violente e che, grazie ad un incontro in un periodo complicato della loro esistenza, hanno fatto nascere spontaneamente una rete al femminile, fatta di sostegno reciproco e di disponibilità quando serve, su input dell’associazione. Donne pronte a fare quella telefonata “per sapere come va”, capaci di far capire ad altre donne che “i tempi morti” dentro il percorso di affrancamento dalla violenza domestica non sono abbandono ma vuoti temporali che saranno saturati al momento opportuno, pronte a mettersi all’ascolto mostrandosi testimoni concrete del fatto che “ce la si può fare”.

Si rivolgono ad altre donne che si trovano nelle stesse difficoltà che loro hanno conosciuto e lo fanno in molti modi: riempiono un momento vuoto facendo una manicure, danno un suggerimento su come trovare una casa, danno informazioni su come affrontare problemi burocratici, ascoltano, accompagnano, mettono a disposizione ciò che sanno fare e incoraggiano. Sono esempi viventi di come si diventa quando ci si ritrova con sé stesse.

Già. Violetta. Sara e le altre raccontano che non riescono ad essere presenti in piazza il sabato sera senza riuscire a controllare l’emozione e a piangere a dirotto mentre dal balcone la nuova Mugnaia saluta la folla che applaude. Violetta è un simbolo potente e per loro lo è in modo particolare. La leggenda vuole che abbia tagliato la testa al tiranno e ogni anno quella storia rivive attraverso lo stesso abito e lo stesso ruolo vestito da una donna diversa.

Violetta è una, ma è anche tutte noi. E le stesse fondatrici dell’associazione, consapevoli del significato di Violetta presente e radicato nell’inconscio collettivo di un territorio, prendono atto di come si sia rivelata un potente richiamo per trattare il tema della violenza sulle donne in un’ottica di sensibilizzazione e prevenzione, che ha permesso di analizzare il fenomeno combattendolo dal basso, lavorando sulle nuove generazioni, uomini e donne insieme. «Messaggi forti come ad esempio le scarpe rosse indossate dalla Mugnaia nel 2024 o le toppe di Violetta sulle casacche degli aranceri e il sostegno trasversale all’associazione da parte del mondo del Carnevale – sottolinea Barbara Bellardi, vicepresidente di Violetta – sono un veicolo potente per far sentire le donne sostenute nei loro percorsi di emancipazione dalla violenza perché portano l’argomento direttamente tra le persone e nella comunità tutta».

Le storie delle donne di Violetta sono intense e raccontate da loro stesse in maniera lucida e consapevole. Una di loro spiega quanto sia difficile rendersi conto di essere immerse in una condizione di violenza domestica, psicologia e fisica, e ricorda il motivo del suo primo aggancio con la psicoterapeuta Barbara Bessolo, nato per la condizione della figlia e per la preoccupazione di sapere che la bambina viveva in una famiglia dove veniva esercitata della violenza. «La psicologa mi disse che dovevo cominciare da me, non da mia figlia – ricorda – e dopo sette anni di impegno in un percorso di psicoterapia mi sono ritrovata come una persona nuova». Come donna di Violetta si sente utile quando percepisce che ci sono ascolti e messe a disposizione di altre donne che stanno conducendo lo stesso percorso in cui la sua esperienza può fare la differenza e questo per lei è motivo di un’ulteriore crescita personale. Un’altra donna di Violetta spiega quanto sia complicato, a volte, comprendere che amore è libertà e non possesso: trent’anni di vita accanto a un uomo che l’aveva resa dipendente affettivamente e che nel corso degli anni, attraverso una manipolazione continua, le aveva cancellato sogni e desideri. «Mi ha svuotata come donna – spiega – togliendomi qualsiasi tipo di autostima». Ricorda una delle prime cose fatte dopo essersi liberata di quella condizione di dipendenza tossica, da lei definita “una droga”: «Fare volontariato in un’associazione socio sanitaria mi era sempre piaciuto, ma non ne avevo mai avuto la possibilità». E poi fa una riflessione sull’aspetto sociale e culturale delle relazioni che ha vissuto: con una consapevolezza maturata con l’esperienza, parla di quanto sia ancora diffuso, tra uomini di mezza età, il concetto di “trovare una donna che si prenda cura di loro, nel modo in cui loro ritengono utile, partendo da una situazione non paritaria. Dice: «I ragazzi più giovani sembrano più aperti ad avere relazioni paritarie e questo è un segnale di fiducia che occorre avere verso le nuove generazioni».

Tra le difficoltà nei percorsi che si affrontano, raccontano di strappi dolorosi che possono coinvolgere amici e familiari, alcuni dei quali non sono pronti a comprendere la violenza dentro una coppia e di conseguenza sminuiscono, minimizzano, non credono possibile ciò che invece sta accadendo e così facendo contribuiscono a isolare la vittima.

E ancora ci sono donne che pensano che l’amore e la dedizione totale all’altro siano in grado di cambiare le persone, di guarire le loro ferite, per poi trovarsi a confronto con l’inevitabile delusione e il senso continuo di fallimento.







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