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Caccia GCAP, tecnologia e sospetti: ecco perché le frizioni tra partner favoriscono Washington

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Nei giorni scorsi è apparsa su vari media la notizia che il ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe affermato che il Regno Unito non sta facendo abbastanza per condividere la sua tecnologia all’avanguardia con i partner del programma GCAP (Global Combat Air Programme) per il caccia di sesta generazione, definendo la presunta segretezza britannica una follia. Le parole del Ministro, riportate da varie agenzie, sono state: “Ho chiesto espressamente a Leonardo di condividere tutto con gli inglesi e anche con i giapponesi: non cambio idea se non stanno facendo altrettanto”. Crosetto. Giustamente, sostiene che “l’egoismo” possa danneggiare la cooperazione, affermando ai microfoni della Reuters che la condivisione della tecnologia quando si fanno investimenti insieme è fondamentale per una “relazione seria”, rimarcando anche che “non c’è più nessuno che possa essere considerato di prima o seconda classe e che voglia difendere le vecchie eredità; bisogna abbattere alcune barriere egoistiche. L’Italia le ha abbattute completamente, il Giappone quasi completamente. Mi sembra che il Regno Unito sia molto più riluttante a farlo, e questo è un errore perché l’egoismo è il peggior nemico delle nazioni e sarebbe un enorme favore a russi e cinesi.” Al momento il programma GCAP sembra avanzare senza intoppi anche dopo che le spese previste sono quasi triplicate passando da 7 a 18,6 miliardi, soprattutto rispetto al programma franco-tedesco-spagnolo per il caccia FCAS (Future Combat Air System), ancora bloccato dalle controversie sulla condivisione del lavoro tra Airbus e Dassault. Intanto, nel Regno Unito, l’ufficio governativo tri-nazionale GCAP sta lavorando a stretto contatto con consorzi industriali che si occupano di sensori, propulsione e integrazione, con l’obiettivo di consegnare l’aereo entro il 2035, incoraggiato anche dalle intenzioni di procedere speditamente espresse dal Primo Ministro italiano Giorgia Meloni e da quello giapponese Takaichi Sanae durante il loro incontro del 17 gennaio. Il timore è che gli inglesi tirino il freno per fare un favore agli Stati Uniti, saltando poi, insieme con la tecnologia in loro mani, dal programma tri-nazionale a quello statunitense per lo NGAD F-47 (Next Generation Air Dominance), aeroplano destinato anch’esso a sostituire gli F-35 al termine della loro vita operativa. A far pensare male a proposito dell’intenzione britannica di condividere effettivamente le tecnologie applicabili al GCAP è anche la storia con il caso dell’attuale velivolo di quinta generazione Eurofighter Typhoon (Efa): Londra lo considera la spina dorsale della difesa aerea della Royal Air Force con oltre cento esemplari in servizio e prevede di utilizzarli insieme agli F-35 e ai futuri caccia Tempest almeno fino al 2040. Il governo sta quindi investendo molto negli aggiornamenti dell’Efa, incluso quello del radar Ecrs Mk2, ma al contempo ha sempre voluto aumentare le esportazioni, come ha recentemente fatto concludendo un importante accordo d’esportazione con la Turchia per sostenere economicamente le linee di produzione.

Strutture e motori nelle mani di Londra

Riguardo al GCAP, il Regno Unito mantiene una posizione di forte leadership industriale e un ruolo centrale: ospita sia la sede governativa del programma (Gigo), sia il centro industriale di Reading dove ha sede la Edgewing, ovvero la joint-venture costruttore. BAE Systems agisce come partner industriale principale per la cellula, mentre Rolls-Royce guida lo sviluppo dei motori, ovvero le maggiori componenti del progetto. L’esemplare dimostratore tecnologico dovrebbe volare nel 2027 con l’obiettivo di far entrare in servizio il caccia di sesta generazione (che nel Regno Unito si chiamerà sempre Tempest), appunto entro il 2035. L’autorità britannica Nista (National Infrastructure and Service Transformation Authority, letteralmente, Autorità Nazionale per la Trasformazione delle Infrastrutture e dei Servizi), nel suo “Delivery Confidence Assesment” dell’agosto 2025 aveva etichettato il programma come “Rosso”, indicando così la notevole complessità tecnica, la grande scala del progetto e i rischi legati alle scadenze serrate. Il ministero della Difesa inglese ha stanziato circa due miliardi di sterline finora, con una previsione di spesa di oltre 12 miliardi nei prossimi dieci anni, ma la pressione politica sul budget della Difesa rimane alta. Ma il programma è considerato un vero pilastro della sovranità nazionale e ad oggi sostiene già oltre 3.500 posti di lavoro nel solo Regno Unito, con il coinvolgimento di circa 600 fornitori britannici tra piccole e medie aziende. Così il mantenimento e futuro impiego della forza lavoro specializzata proveniente dal programma Typhoon è ritenuta cruciale per il successo del programma. Il Nista aveva affermato: “La complessità del programma rifletteva la sua relativa maturità (…) si sottolinea che il programma ha ottenuto risultati significativi con il Giappone e l’Italia. Tuttavia, la fiducia è limitata perché il progetto è ancora nelle prime fasi di sviluppo e si riconosce l’entità delle sfide affrontate per realizzare un programma di questa natura”. Intanto, si cerca di capire se e quando l’Arabia Saudita potrà occupare il posto di quarto partner del programma, anche se al momento la mossa di Trump di far entrare gli arabi tra gli operatori dello F-35 punta a escludere Typhoon e GCAP dagli acquisti di Riyadh. E la memoria non può ignorare che Trump, durante il suo primo mandato, aveva anche avanzato un’offerta alternativa al Giappone, proponendo a Tokyo di entrare a far parte degli operatori dell’allora non ancora definito “F-47” al posto di partecipare alla costruzione del nostro GCAP. Oggi le uniche certezze, a parte quanto sta facendo Edgewing insieme con Leonardo e i giapponesi, sono che dopo l’Eurofighter e lo F-35 dovremo comunque avere un altro aeroplano, con l’unica decisione da prendere ora: se acquistarlo da chi lo produce oppure essere in grado di costruirlo. Il rischio, come sempre, è che da qui al 2035 i requisiti della Difesa cambino al punto dal rendere inutili i velivoli multiruolo a bassa segnatura radar e in grado di operare insieme a uno stormo di droni. Ma per ora è esattamente il contrario.







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