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Tanto rumore per davvero: Craig Tiley saluta l’Happy Slam per il sogno americano

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C’è voluto Shakespeare per raccontare il brusio, le indiscrezioni, le smentite e i mezzi sorrisi diplomatici degli ultimi mesi, ma questa volta il tanto rumore non è stato affatto finalizzato al nulla. L’ufficialità arrivata ieri scuote davvero il mondo del tennis: Craig Tiley lascia Tennis Australia e diventerà il nuovo CEO della USTA, accettando la sfida più delicata e politicamente pesante del sistema tennistico globale.
Dopo oltre vent’anni di governo, il sudafricano naturalizzato australiano saluta la sua creatura, il suo Slam. Quello che più di ogni altro torneo al mondo si è identificato con una singola persona.

Perché se è vero che nessun evento è mai figlio di un solo uomo, è altrettanto vero che nessuno, come Tiley, ha incarnato così profondamente l’Australian Open. Fino a diventarne volto, strategia, narrazione e talvolta anche parafulmine.
Arrivato nel 2005 come direttore dello sviluppo, diventato tournament director nel 2006 e CEO dal 2013, Tiley ha costruito un colosso. I numeri raccontano meglio di qualunque slogan: dagli oltre 550 mila spettatori del 2007 agli 1,4 milioni del 2026, con una crescita che non ha eguali tra gli Slam nell’ultimo ventennio, ma soprattutto ha cambiato la natura dell’evento.

Abbiamo avuto la fortuna di esserne testimoni privilegiati: il primo Slam dell’anno, non più soltanto tennis, ma intrattenimento, musica, food experience, corporate hospitality, show business. Prima entertainment, poi sport.
Un cambio di paradigma che ha fatto scuola e che ha trasformato Melbourne Park in un festival globale più che in un semplice torneo. Il tutto senza mai perdere quell’anima agonistica che ha reso lo Slam australiano uno dei più amati dai giocatori. Solo quest’anno, parallelamente al torneo, nella splendida John Cain Arena, il giorno della finale maschile, si è esibita Peggy Gou (per i boomer, una delle DJ più seguite al mondo, una da circa 10 milioni di follower n.d.c.). Questo è solo un esempio, ovviamente. 

Il suo vero capolavoro è stato rendere l’Australian Open non un torneo lontano geograficamente, ma centrale culturalmente. Da appendice esotica di inizio stagione a evento imprescindibile, desiderato, atteso.

Politica, visione e contraddizioni di un’era

Craig Tiley ha saputo giocare la partita politica con una lucidità rara nel mondo dello sport.
Ha evocato il rischio che lo Slam potesse essere “spostato” a Sydney, in Cina o in Medio Oriente per ottenere investimenti pubblici. Ha spinto per la costruzione di tre stadi con tetto retraibile, un primato tra i Major; ha esteso l’evento a 13 giorni e poi a una dimensione di fatto “triple week” con l’Opening Week.
Un manager visionario, ma anche un abile tessitore di relazioni istituzionali, capace di muoversi tra governi, sponsor, broadcaster e federazioni con la stessa sicurezza con cui un direttore tecnico gestisce un tabellone.

E poi c’era la filosofia del giocatore al centro. L’“Happy Slam”, espressione coniata da Federer nel 2007, è diventata una vera identità. Servizi, comfort, strutture avveniristiche, attenzione maniacale alla vita quotidiana degli atleti. Nessun direttore di Slam è mai stato citato per nome così spesso dai giocatori come Tiley, segnale inequivocabile di un rapporto diretto, personale, quasi fiduciario. Nessun altro direttore di qualunque torneo al mondo ha questo rapporto con i giocatori. 

Ma ogni regno ha le sue ombre. Il caso Djokovic del 2022 ha rappresentato la crisi più visibile, con quella che in molti definirono una deportazione ai danni del numero uno del mondo alla vigilia del torneo e il tennis trascinato nel vortice politico della pandemia. Anche il Covid, con un’edizione giocata tra quarantene rigidissime e perdite economiche enormi, ha messo alla prova la solidità del sistema.

Tiley è rimasto in piedi. Sempre. Una leadership inscalfibile capace di assorbire le critiche e trasformarle in leva per consolidare il potere. Il vero punto debole del suo mandato resta lo sviluppo interno. L’Australia non ha prodotto una generazione di campioni in grado di dominare stabilmente il circuito, nonostante investimenti e strutture. Un paradosso evidente per chi ha costruito il miglior torneo possibile per i giocatori. Il solo Alex De Minaur, tra l’altro mai campione in patria, non ripaga dello sforzo fatto.

Craig Tiley, la sfida americana e il futuro del tennis

Continuando con la sublimazione delle citazioni letteraria, non inseguendo un fine a se stesso palesarsi di cultura, ma per esclusivo spirito letterario, la sua biografia sembra cucita ad hoc, nel dolce girovagar in questo mare del tennis: servizio militare in Sudafrica negli anni della Guerra Fredda, carriera da allenatore negli Stati Uniti, il trionfo universitario a Illinois, poi l’Australia. Ora di nuovo l’America, ma questa volta non da tecnico, bensì da uomo dentro tanti mondi ma sempre al centro del sistema.

Alla USTA lo attende una missione gigantesca: rilanciare il tennis statunitense maschile, che da anni fatica a produrre dominatori, e ridare centralità allo US Open in un contesto globale sempre più competitivo, dove anche gli Slam devono reinventarsi per restare centrali nel racconto sportivo e mediatico.
Perché oggi il tennis è geopolitica sportiva: investimenti del Medio Oriente, crescita dei tornei asiatici, nuove logiche commerciali e in questo scenario l’America ha bisogno di tornare protagonista non solo economicamente, ma tecnicamente e culturalmente.

Non sarà solo una questione di biglietti venduti o hospitality. Sarà una questione identitaria. Se Melbourne è diventata la casa della felicità tennistica, New York resta la capitale del rumore, dell’energia, della pressione mediatica, e lì Tiley è chiamato a trasformare questa energia, a volte disordinata in un vero progetto.

A 64 anni lascia in eredità agli australiani un piano strategico fino al 2030 e un modello di governance difficilmente replicabile: accentratore, instancabile, iper-presente, ossessivamente orientato alla crescita. Il suo successore a Melbourne dovrà gestire una macchina perfetta, probabilmente senza per forza doverlo scimmiottare, ma comunque proseguendo sulla via, vincente, tracciata. Lui, invece, dovrà costruirne una nuova in un ambiente molto più complesso e frammentato.

Perché alla fine di tutto Craig Tiley dunque non lascia semplicemente una federazione, un torneo, per quanto Slam: lascia un’epoca. La sfida è provare a scriverne un’altra, dall’altra parte del mondo, dove in questo momento il tennis non ha bisogno solo di un manager o di un amministratore, ma di un architetto, di un progettista, di una persona capace di immaginare il futuro per farlo diventare presente.







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