Addio a Jan Wilmut il creatore della pecora Dolly
A 79 anni è morto lunedì scorso Ian Wilmut, il creatore della pecora Dolly. Era malato da tempo di morbo di Parkinson. Il metodo che ha scoperto più di 25 anni fa per la clonazione animale rimane una pietra miliare nella storia della biologia, sia per le sue ricadute pratiche sia, e soprattutto, per le implicazioni concettuali che questo ha avuto in biologia e medicina.
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Era il 5 luglio del 1996 quando in una delle stalle del Roslin Institute, nella periferia di Edimburgo in Scozia, una pecora dal muso nero della razza Scottish blackface diede alla luce un agnello Finn Dorset, completamente bianco perché portava un’informazione genetica completamente diversa. L’agnello era una femmina, e fu chiamata Dolly, da Dolly Parton, una cantautrice americana che piaceva molto in Scozia negli anni ’90. Guidati da Ian Wilmut, cinque mesi prima i ricercatori del Roslin avevano recuperato una cellula uovo da una pecora, con la tecnica che si usa nel processo di fecondazione in vitro. Da questa cellula uovo avevano poi aspirato via il nucleo, che contiene l’informazione genetica, sostituendolo con il nucleo di una cellula adulta e specializzata, derivata dalla mammella. L’uovo ricostituito in questa maniera aveva iniziato a comportarsi come fa un uovo fecondato da uno spermatozoo, generando quindi un embrione. Dopo qualche giorno, questo embrione era stato impiantato nell’utero di una terza pecora, geneticamente diversa, che fungeva da madre surrogata. Di 29 tentativi diversi, Dolly fu l’unica ad arrivare alla nascita: era un clone dell’animale da cui era stata originariamente isolata la cellula della mammella.
Quando la storia fu pubblicata su Nature nel febbraio del 1997 lasciò tutti a bocca aperta: era la prima volta che con questa tecnica di trasferimento del nucleo si era riusciti a riprogrammare l’informazione genetica di una cellula adulta e specializzata di un mammifero fino a farla diventare una cellula di un embrione. Grazie al trasferimento nucleare, furono poi clonati cani, gatti, conigli, topi, maiali, pecore e vitelli. Nel 2013, un laboratorio di ricerca sui primati nell’Oregon, negli Stati Uniti, mostrò come la clonazione possa anche essere utilizzata per creare embrioni umani. Perché la creazione della pecora Dolly fu così sensazionale? Per almeno due motivi. Primo, perché Dolly fu la dimostrazione eclatante che l’identità di qualsiasi cellula, comprese quelle dell’embrione, non è determinata dalla sequenza del DNA contenuto nel nucleo, che è uguale in tutte le cellule, ma dal programma biologico con cui questa informazione viene utilizzata. Secondo, perché Dolly indicò che il processo di sviluppo che parte dall’embrione per arrivare a un organismo adulto non è irreversibile, come si pensava, ma può essere riprogrammato. Questo concetto di riprogrammazione vale anche per l’invecchiamento: al contrario delle voci che erano circolate dopo l’annuncio della clonazione di Dolly, il trasferimento nucleare azzera anche l’invecchiamento: Dolly di fatto fu sottoposta a eutanasia quando aveva 6 anni e mezzo perché soffriva di artrite e di un tumore polmonare frequente nelle pecore, ma altre pecore clonate gemelle di Dolly sono vissute fino a 10-11 anni, l’età massima normale per questa specie. Alla sua morte, Dolly fu imbalsamata e fa ora bella mostra di sé al National Museum of Scotland a Edimburgo.
Oltre a queste rivoluzioni concettuali, della scoperta di Wilmut ci restano anche applicazioni pratiche. Mentre l’utilizzo esteso in zootecnica rimane ancora limitato a causa della bassa efficienza della riprogrammazione (nelle diverse specie, la percentuale di successo con cui si ottengono animali clonati varia dallo 0,5% al 20%), la clonazione viene utilizzata per ottenere animali geneticamente modificati per la ricerca. Ad esempio, se si desidera ottenere un maiale o un altro animale di grande taglia che porti una mutazione umana su cui poi sperimentare nuove terapie, la maniera più semplice per farlo è quella di inserire la mutazione all’interno di una cellula coltivata in laboratorio e poi utilizzare la clonazione per trasferire il nucleo di questa cellula dentro una cellula uovo. Il trasferimento nucleare poi, è anche diventato anche fonte di business. Se volete generare un clone del vostro cane o gatto, potete rivolgervi all’azienda nordamericana ViaGen Pets and Equine. Vi darà istruzioni su come rivolgervi a un veterinario per eseguire una piccola biopsia, che poi dovreste spedire all’azienda per la clonazione. Il costo è di 50mila dollari. Un settore in larga espansione è la clonazione dei cavalli. Qui competono, oltre a Viagen, anche aziende specializzate come Cryozootech in Francia, Replica Farm negli Stati Uniti, Gemini Genetics nel Regno Unito, e Kheiron in Argentina, quest’ultima specializzata nel fiorente mercato dei cavalli per il polo. Il costo di clonare un cavallo può arrivare anche a 200-300 mila euro, ed esistono molteplici esempi di cavalli famosi clonati, compresi diversi vincitori di medaglie olimpiche. Il tutto non senza proteste delle associazioni animaliste, visto che la bassa efficienza della tecnica obbliga a molteplici prelievi di oociti e di gravidanze surrogate per ottenere ogni singolo individuo, di cui peraltro la salute spesso non è garantita.
