Musicisti, massoni ed eroi: la storia degli esuli italiani all’ombra dell’impero ottomano
TRIESTE Per i contemporanei volgersi al passato non è facile impresa: il Novecento sta alle nostre spalle come un monolite, impedendo allo sguardo di individuare le linee di continuità e discontinuità che pure collegano il no-stro presente a passati più remoti.
Scegliendo un punto di vista eccentrico, periferico rispetto all’Europa, Luis Miguel Selvelli riesce a evitare questa trappola prospettica e a portare alla luce vicende che dall’Ottocento parlano direttamente al presente nel libro “Antenati a Costantinopoli. Esuli italiani negli anni del riformismo ottomano 1828-1878” (Il Poligrafo, pp. 239, 2022, 28 euro), che verrà presentato giovedì alle 18 alla libreria Ubik Rinascita di Monfalcone.
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L’autore, cultore di storia tardo-ottomana, dal 2007 vive fra Istanbul e la Grecia, lavorando come traduttore letterario per alcune tra le principali case editrici italiane. Il volume risponde a una necessità genealogica, poiché antenati italiani e levantini di Selvelli vissero a Costantinopoli fra la metà dell’Ottocento e gli anni Cinquanta e un suo trisnonno, Italo Selvelli, fu nel 1909 il compositore dell’ultimo inno nazionale dell’impero ottomano. Partendo da questo spunto, però, l’autore ha realizzato l’affresco di un cinquantennio di grandi mutamenti tanto per l’Italia quanto per la Sublime Porta.
Il periodo preso in esame corrisponde infatti alla grande stagione dei moti risorgimentali e della nascita dell’Italia unitaria. Anni convulsi, che per la penisola significarono il tramonto di consuetudini e realtà statali che affondavano le radici ampiamente nell’Antico regime. Furono anche anni di repressione e persecuzione politica, che portarono molti italiani a cercare riparo all’estero, non ultimo in quella Costantinopoli che più volte, nella storia del Mediterraneo, fu un rifugio per esuli di ogni genere.
Ricostruendo le biografie di dodici di essi, Selvelli ripercorre le vicende dell’unificazione italiana nel contesto più ampio delle vicende europee, il tutto attraverso la lente dell’esperienza ottomana, che proprio in quel periodo vide una serie di sultani e statisti impegnati nella modernizzazione dell’impero, allo scopo di renderlo all’altezza delle grandi potenze europee. Si parte quindi da Donizetti Pascià, ovvero Giuseppe Donizetti, fratello del più celebre Gaetano, che alla corte di Mahmud II e Abdulmecid I contribuì a diffondere la musica europea in terra ottomana. Troviamo poi ancora la storia di come il giovane marinaio Giuseppe Garibaldi entrò in contatto con gli ideali che avrebbero guidato poi la sua esistenza, gli straordinari progetti dei fratelli architetti Gaspare e Giuseppe Fossati, e poi ancora giornalisti, rivoluzionari, artisti. Il tutto è inserito nel racconto della stagione nota come “Tanzimat”, le riforme ottomane, e dei suoi protagonisti a corte.
Tra le linee di continuità evidenziate nel libro ce n’è una che spesso è relegata in secondo piano dalla storiografia, ovvero il ruolo delle logge massoniche nei grandi processi di trasformazione dell’Ottocento. Nel ricostruire la storia dei suoi esuli, l’autore incappa invariabilmente nel peso che queste organizzazioni hanno avuto, tanto nel Risorgimento italiano, quanto nelle riforme ottomane. Un intreccio di legami che va dalle teorie cospiratorie del nostro Mazzini all’iniziazione – negli anni Settanta dell’Ottocento – del futuro sultano Murat. Anche queste vicende si collocano nel grande gioco delle potenze dell’epoca, e nel ruolo senza pari che l’Impero britannico era ormai riuscito a ottenere nel Mediterraneo in seguito al tramonto delle pretese egemoniche della Francia e all’affacciarsi sul palcoscenico europeo della minacciosa presenza russa.
Gli spunti per la rilettura del presente non mancano. In fondo, come recita la citazione di Walter Benjamin che costituisce una delle chiavi di lettura del testo, «il XIX secolo è il sogno da cui bisogna risvegliarsi: un incubo che peserà sul presente finché il suo incantesimo non sarà spezzato».
