Al padre-killer sconto di 3 anni e 7 mesi: cella troppo piccola e buona condotta
Milleduecentosessanta giorni di liberazione anticipata totalizzati dal primo giorno di carcere a ieri. E, in più, 119 giorni di “rimedio risarcitorio”, ovvero uno sconto di fatto sulla pena da trascorrere dietro le sbarre per essere stato rinchiuso in una cella di meno di tre metri quadrati, a disposizione di ogni detenuto, per un periodo (non continuativo) fra il 2007 e il 2010 nella casa circondariale di Padova (nel 2017 gli erano stati riconosciuti 66 giorni). Tradotto: milletrecentosettantanove giorni, pari a più di 3 anni e sette mesi di carcere in meno per Adalberto Chignoli, oggi 72 enne, condannato a 30 per l’assassinio della figlia Camilla, 21 anni appena.
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Una figlia, fresca di laurea in Scienze politiche con il massimo dei voti e proiettata verso la vita, massacrata dal padre che le h scaricato addosso l’intero caricatore del suo revolver Mauser 7.65 centrandola volutamente alla testa.
Per uccidere, senza un perché o, almeno, senza mai offrire una spiegazione (se mai ce ne fosse una) a quell’azione avvenuta nella villetta di famiglia all’Arcella in via Vecellio l’1 ottobre 2007.
Fine pena attualmente prevista nel 2033. Una data che dovrebbe essere ancora accorciata visto che ogni recluso può usufruire di 45 giorni di liberazione anticipata ogni sei mesi di pena espiata, in caso di buona condotta. L’uomo si trova da anni nel carcere di Verona dove usufruisce da tempo di permessi di lavoro.
Cella piccola e ristoro
È il decreto legislativo numero 92 del 2014 che, adempiendo alle direttive dettate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nei confronti dello Stato italiano, ha stabilito lo sconto di un giorno di pena ogni dieci trascorsi in celle inferiori ai tre metri quadrati. Il motivo? Un trattamento inumano e degradante sulla base di quanto indicato dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
La tragedia
Nel 2007 Adalberto Chignoli, ex bancario diventato mediatore finanziario, cade in una progressiva crisi economica che non riesce più a nascondere alla famiglia: nei confronti delle banche ha accumulato un debito di 680 mila euro.
Quell’1 ottobre Camilla sta provvedendo al cambio degli armadi in una stanza al primo piano. Il padre rientra prima del solito e forse tra i due c’è una discussione per la situazione che la famiglia si trova a fronteggiare.
D’improvviso Chignoli raggiunge la figlia al primo piano, si avvicina a lei di spalle, punta la pistola e spara otto colpi. Sette colpi vanno a bersaglio anche se la pistola durante quel massacro si inceppa. Poco importa: niente ferma l’uomo che continua a premere il grilletto. Poi la fuga senza meta, prima di consegnarsi alla polizia dopo aver vagato per ore.
Condannato
Il 24 novembre 2008 Adalberto Chignoli è condannato a 30 anni: la sentenza è pronunciata dall’allora gup Cristina Cavaggion al termine di un giudizio abbreviato che impone per legge lo sconto di un terzo della pena (rito alternativo ora precluso per reati così pesanti).
Per il papà-killer nessun vizio di mente. Nessuna incapacità di intendere e di volere. Solo un disturbo di tipo narcisistico, una personalità borderline che non sconfina nella patologia psichiatrica.
Nel febbraio 2010 la Corte d’assise d’appello di Venezia conferma la condanna e, in aula, l’imputato dichiara: «Penso sempre a mia figlia alla mattina quando mi sveglio e alla sera... Chiedo perdono... Perdono». Un anno più tardi la Cassazione annulla la pronuncia (senza mettere in discussione la responsabilità penale) con rinvio del processo a un diverso collegio di secondo grado. Nel marzo 2012 è confermata la condanna a 30 anni.
