Erbaluce, accordi di filiera aggira-dazi
IVREA. Dazi sul vino inizialmente del 200%, poi del 20 e subito dopo del 10%, e infine sospesi per 90 giorni. E domani? In un quadro in preda agli annunci shock del presidente degli Stati Uniti d’America, il mondo dell’Erbaluce reagisce gettando le basi di un piano condiviso basato sugli accordi di filiera. Sì, perché gli Stati Uniti sono i principali importatori di Erbaluce bianco secco, mercato incentrato su una forte richiesta dell’Horeca (ristoranti e wine bar), in grado di assorbire da soli il 7-10% della produzione, e in secondo luogo di Erbaluce spumante. Ma l’inerzia non abita da queste parti, tanto più che quando parliamo di Erbaluce parliamo di un settore in forte crescita capace di generare un giro di affari pari a 10 milioni di euro solo sul valore dell’imbottigliato.
I numeri del settore
La piccola ma storica denominazione dell’Erbaluce di Caluso (prima Doc di vini bianchi del Piemonte, dal 1967, e Docg dal 2010) racconta una storia di rinascita che simboleggia la riscossa di tanti piccoli territori. Nel 2000 erano appena 128 i vigneti rivendicati a Erbaluce di Caluso Docg, mentre nel 2020 si è arrivati a quota 227, con una crescita del +77% in 20 anni. Stabili i produttori di uva (281 nel 2000, 288 nel 2020), con filiera finalizzata da 39 vinificatori e 35 imbottigliatori, ma è cresciuta nettamente la produzione di uva da 10.380 quintali nel 2000 a 16.520 nel 2020, e il numero di bottiglie potenziali, passate da 968.800 a più di 1,5 milioni. I numeri - ufficiali - sono quelli presentati all’ultima edizione di Erbaluce day, evento firmato da Cascine piemontesi-Confagricoltura, Confagricoltura Torino e dal Consorzio vini Docg di Caluso e Doc di Carema e Canavese, che proprio in queste settimane stanno lavorando a una edizione 2025 attorno al mese di maggio. Accordi di filiera, si diceva.
A Vinitaly e in cantina
Se i dazi dovessero malauguratamente scattare saranno spalmati strada facendo tra i soggetti facenti parte della filiera, cosicché chi comprerà Erbaluce non dovrebbe andare incontro a rincari sul prezzo finale, se non in percentuali minime.
Si tratta di un accordo di reciproca convenienza, che non mettendo nulla su carta, potrà essere disatteso, certo.
Ma l’orientamento è questo: si perde meno a limitare la redditività da un passaggio all’altro della filiera, che ad assistere a un crollo verticale della domanda, tenuto conto che le nostre etichette, tutte molto giovani, stanno cominciando a farsi conoscere sul mercato americano solo da qualche anno.
Intanto è in questa stagione che nelle cantine si stanno imbottigliando i vini testimonial dell’annata 2024, anno avaro in termini di quantitativi, con il 40% lasciato sul terreno a causa di troppa pioggia, problemi fitosanitari e fatali gelate tardive, e però dalla qualità che si preannuncia eccellente. I primi assaggi avvenuti a Vinitaly, a Verona, dove erano presenti una decina di realtà canavesane, hanno superato brillantemente la prima ribalta internazionale. E ora si attende e si spera che l’attività di networking vada a maturare in nuove commesse.
Protezionismo: ci perdono tutti
Positivo è che per il momento gli ordini dall’America non stiano subendo rallentamenti, si sofferma Gian Luigi Orsolani, presidente di Confagricoltura Torino e viticoltore di quarta generazione a San Giorgio Canavese. «A livello di ordini posso dire che dagli Stati Uniti non si sono fermati. C’è stata piuttosto la trattativa con gli operatori di filiera, per capire come i dazi debbano essere spalmati lungo i vari passaggi. E siamo arrivati a un accordo, a parer mio fattibile. Quello che non deve assolutamente fare il mondo del vino italiano è perdere dei centimetri in esposizione negli Stati Uniti, perché questo vuol dire perdere innanzitutto in referenze. Siamo in una fase che paragono a quando negli ultimi anni il dollaro era sceso anche in maniera molto pesante: non si chiamavano dazi, ma era comunque un costo che gravava sui nostri vini, con punte anche di un euro contro 1,40, 1,50 dollari. Voglio dire che son cose che abbiamo già visto. L’importante in America è non superare lo scalino del 9,99, per esempio, come in tutto il mondo anglosassone cambia completamente l’approccio all’acquisto: a 9,99 compro, a 10 ci penso». Spalmare la riduzione di redditività tra produttore, importatore, distributore, ristoratore, e non guadagnare sui dazi, è il modello degli accordi. «Ci sarà sicuramente chi riposizionerà il prezzo, ma lo farà rimanendo dentro quella forbice, sapendo cioè che se salterà quello scalino ci sarà un calo di vendite. Cosa che danneggerebbe a sua volta l’importatore: tre volte il valore che noi esportiamo è sicuramente marginalità per gli Stati Uniti».
«Con uno sforzo condiviso possiamo gestire questa fase, ripete Bruno Mecca Cici (Coldiretti Torino): «E testiamo altri mercati. Il Nord Europa, soprattutto. Facciamolo in attesa che la situazione mondiale sia più favorevole dell'embargo russo, le guerre, una Gran Bretagna fuori dell'Unione europea, tutti fattori che di certo non ci aiutano a vendere il nostro vino all’estero».
