Suprematisti bianchi: come il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha dato nuova linfa all’Aryan Freedom Network
Pantaloncini cargo, infradito e un berretto calato sugli occhi. A prima vista, Dalton Henry Stout si confonde tra la gente dell’America rurale. Ma il simbolo sul suo cappellino lo tradisce: il teschio con ossa incrociate delle famigerate unità “Testa di Morto” delle SS naziste, accompagnato dalla sigla “AFN”, acronimo di Aryan Freedom Network, il gruppo neonazista che guida insieme alla compagna.
Dal loro ranch in Texas, Stout e la sua partner coordinano una rete che, a loro dire, è stata “turboalimentata” dal ritorno di Donald Trump alla presidenza. Il merito – sostengono – sarebbe della retorica del presidente: attacchi ai programmi per la diversità, linea dura sull’immigrazione, difesa dei “valori occidentali”. «Trump ha risvegliato molte persone sulle questioni che denunciamo da anni», afferma Stout. «È la cosa migliore che ci sia capitata».
Dall’estremismo di nicchia alla ribalta
Sebbene l’AFN e altri gruppi neonazisti restino ai margini della politica, il loro peso nelle manifestazioni e nelle violenze dell’ultradestra è cresciuto. Interviste a membri di gruppi estremisti, esperti e dati sui disordini politici mostrano come, dopo la rielezione di Trump, il suprematismo bianco abbia trovato nuova linfa.
Secondo i ricercatori, il confine tra estrema destra e conservatorismo tradizionale si è assottigliato: idee un tempo confinate a frange radicali, come quelle dei Proud Boys, oggi sono visibili nel dibattito repubblicano. «Non sono i gruppi estremisti ad essersi moderati – spiega Heidi Beirich, del Global Project Against Hate and Extremism – ma l’ambiente politico a essersi spostato verso di loro».
Nel 2020, i suprematisti bianchi erano collegati al 13% degli episodi di violenza politica negli Stati Uniti; nel 2024 la percentuale è salita a quasi l’80%.
Un’ideologia radicata nel Klan e nel nazismo
L’AFN predica la supremazia bianca e prepara i membri a una “guerra santa razziale”. Recluta ex appartenenti ad altri gruppi estremisti e mantiene legami con il Ku Klux Klan. I raduni sono intrisi di simbologia nazista: svastiche in fiamme, saluti hitleriani, cori di “white power”.
Stout, 34 anni, e la compagna, 48, provengono da famiglie suprematiste con profonde radici nel Klan. Da bambini hanno partecipato a cerimonie e campi giovanili dell’organizzazione; Barr, la partner, ricorda di aver preparato torce per i roghi delle croci.
Sposatisi nel 2020 e divorziati due anni dopo “per motivi legali”, continuano a vivere e guidare il movimento insieme. Una scelta, spiegano, per proteggere i beni da possibili cause civili come quelle che in passato hanno messo in ginocchio il Klan e l’Aryan Nations.
Reclutamento e propaganda
L’AFN ha quasi raddoppiato le sezioni locali dal 2023 e, secondo alcune stime, conta tra i 1.000 e i 1.500 membri. Le attività includono conferenze, festival annuali e proteste contro eventi LGBTQ+, con l’obiettivo di attirare nuovi adepti.
Il volantinaggio è una delle tecniche di propaganda preferite. I membri li distribuiscono di notte – “night rides”, richiamando il linguaggio del Klan – in città di vari stati, con slogan razzisti e caricature offensive.
L’ombra delle armi
Sebbene Stout dichiari di non promuovere la violenza, documenti dell’FBI rivelano come armi e addestramento tattico siano centrali per l’AFN. Un ex membro, Andrew Munsinger, è stato arrestato per possesso illegale di armi e per la costruzione di esplosivi, frequentando nel frattempo raduni del gruppo.
Continuità con il passato
Il Ku Klux Klan, ridotto oggi a poche migliaia di membri, resta un punto di riferimento simbolico. Alcune cerimonie a cui Reuters ha assistito mostrano rituali quasi identici a quelli di un secolo fa: giuramenti, hoods e croci in fiamme. Leader del Klan e dell’AFN riconoscono l’impatto di Trump nel rafforzare il movimento.
“La nostra parte ha vinto”
Per Stout, il successo dell’AFN si spiega in poche parole: «La nostra parte ha vinto le elezioni». Un’affermazione che, per studiosi e forze dell’ordine, suona come un campanello d’allarme in un contesto politico in cui le frange estremiste sentono di avere il vento in poppa.
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