Ecco il “Manifesto dell’educazione digitale di comunità”: di fronte alle sfide dell’Ai, servono nuovi Patti
In Sardegna i temi dell’infanzia e dell’adolescenza vengono trattati, dall’opinione pubblica, per discutere di denatalità, spopolamento, dispersione scolastica. Non sono emerse, negli ultimi lustri, azioni politiche efficaci, né, a parte meritevoli eccezioni, riflessioni profonde su cosa significhi oggi nascere e crescere in Sardegna, né cosa significhi essere babbo o mamma nel 2026 su questa isola.
Lasciando da una parte questi temi, a livello mondiale si discute di come l’uso di smartphone e social media tra i giovani cresca a ritmi impressionanti e come l’Intelligenza Artificiale, ancora di più quella generativa e, in futuro, quella generale, ponga sfide imprevedibili a tutti noi e, ancora di più, alle istituzioni educative. Basti un esempio: la Cina, i cui abitanti hanno tra i quozienti intellettivi medi più alti al mondo, se non il più alto, da diversi anni oscura tutti i sistemi di intelligenza artificiale prima degli esami più importanti (Gaokao), cioè gli esami che stabiliscono quali scuole e università si possono frequentare.
In Sardegna, e in Occidente in generale (qualunque cosa voglia dire), è ormai dimostrata l’associazione negativa tra l’uso precoce e prolungato degli schermi e problematiche di tipo cognitivo ed emotivo. Lo schermo ha un impatto sulla capacità di attenzione, sulla qualità del sonno, sulla miopia, sul funzionamento della vista. “La precocità di arrivo dello smartphone si associa a minori performance scolastiche, minori competenze digitali e minore benessere nel lungo periodo”.
Quanto riportato è una parte del “Manifesto dell’educazione digitale di comunità”, un movimento che, come tanti altri, in Italia e fuori dall’Italia, ragiona e agisce su come affrontare l’emergenza educativa nell’era dell’Intelligenza Artificiale (IA).
Non si tratta di un movimento luddista. La tecnologia serve ed è utile, nei tempi giusti, e con una accurata preparazione volta a realizzare l’autonomia digitale. Regole chiare e dialogo, insomma, con adulti informati e disposti a cambiare abitudini. Perché, se si stabilisce con propria figlia e figlio che lo smartphone o altro schermo non si utilizza nella camera da letto, il primo a dovere rispettare la regola è il babbo e la mamma.
Per realizzare questi cambiamenti, che possono essere anche dolorosi, e non solo gratificanti ed entusiasmanti, serve, a parere di chi scrive, una società educante. Da soli non ci si salva. L’impegno delle singole famiglie non è sufficiente. Al momento non esiste, a mia conoscenza, neanche un patto digitale di comunità in tutta la Sardegna.
Alcune regioni d’Italia sono molto avanti: per esempio in Emilia-Romagna si sono svolti, nel maggio 2025, gli “Stati generali dell’infanzia e dell’adolescenza” (e quanto ne avremmo bisogno anche noi!), in Toscana il Consiglio regionale ha approvato una mozione in cui si impegna a “promuovere la diffusione di patti Educativi Digitali su tutto il territorio regionale”. In Friuli Venezia-Giulia v’è un complesso ecosistema che si impegna sul tema, a partire dai pediatri, ed in Trentino-Alto Adige sta per essere approvata una legge sul tema.
In attesa di una legge statale italiana (dopo l’Australia e, pare, la Francia), la soluzione migliore è organizzarsi. La creazione di nuovi Patti digitali di comunità sarebbe uno degli esempi più belli da presentare, un giorno, alle nostre figlie e figli. Per il loro bene e per il nostro.
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