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Le proteste a Teheran appartengono agli iraniani, ma nessuna potenza internazionale parla davvero di libertà

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di Luca Grandicelli

L’ondata di proteste che sta attraversando l’Iran nasce da profonde ferite interne alla società iraniana, maturate nell’ambito di una crescente insoddisfazione generale ma soprattutto di instabilità economica, dovuta alle pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dall’Unione Europea a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Le rivolte iniziate a fine dicembre scorso esplodono infatti in un contesto di inflazione galoppante, disoccupazione giovanile e salari erosi, con una percezione diffusa che l’élite religiosa viva ormai in un’altra galassia rispetto alla vita quotidiana. In questi giorni, uomini e donne iraniani scendono in strada rischiando la propria vita sotto i colpi del regime di Khamenei non certo perché “telecomandati” dall’estero, ma perché effettivamente stretti tra povertà crescente e un sistema politico chiuso, incapace ormai di offrire canali di riforma reale.

Tuttavia, è fondamentale sottolineare come gli eventi si muovano all’interno di un campo di battaglia geopolitico complesso, affollato di servizi segreti, sanzioni e guerre per procura, e dove la rabbia genuina dei corpi in piazza rischia di essere divorata da potenze esterne che vedono nell’indebolimento di Teheran non tanto la liberazione degli iraniani, né la loro conquista della libertà, quanto l’abbattimento definitivo di un avversario strategico.

L’ipotesi di infiltrazioni di intelligence straniere, infatti – in particolare israeliane e statunitensi – non è del tutto priva di fondamento. La storia iraniana è costellata da operazioni clandestine, sabotaggi e assassinii mirati. Tuttavia, pur volendo ridurre tutto a una “rivolta pilotata”, si farebbe un torto alle vere motivazioni delle proteste, ignorando le cause strutturali della crisi e offrendo al regime l’alibi perfetto per la repressione.

Su questo punto è inoltre bene ricordare come la violenza di Teheran non sia affatto episodica, ma sistemica ed esercitata senza pietà: forze di sicurezza che sparano al volto dei manifestanti, incursioni negli ospedali, arresti arbitrari e torture di massa. L’Iran degli Ayatollah ha inoltre posto la sopravvivenza del proprio potere al di sopra dei valori islamici che afferma di incarnare, producendo così un tradimento politico e morale di quegli stessi principi, favorendo invece la repressione come tecnica volta ad alzare il costo della protesta fino a renderla insostenibile, e lasciando dunque dietro di sé una società politicamente mutilata.

Il paradosso è che la Repubblica islamica nasce nel 1979 anche come rifiuto dell’imperialismo occidentale, dove proprio il successivo embargo permanente ha contribuito a consolidare il potere interno. Il regime si presenta dunque come unica diga contro l’assedio esterno, mentre le élite prosperano e la popolazione paga il prezzo più caro. Certo che il “nemico” esiste davvero, ma la sua esistenza, il suo ritratto esasperato, sta giustificando una repressione brutale, definita da più parti “senza precedenti nella storia iraniana contemporanea”.

In questo cortocircuito, nessuna grande potenza internazionale parla davvero di libertà. Il regime teme la perdita del potere, mentre Stati Uniti, Israele e parte dell’Europa vedono l’Iran come un problema di sicurezza. Ormai anche molte opposizioni in esilio parlano più il linguaggio delle lobby che quello della giustizia sociale.

Da una parte abbiamo allora i corpi reali in piazza; dall’altra, potenze che calcolano il “day after”. Dire che queste proteste non appartengano agli iraniani è falso. Ma credere che qualcuno voglia davvero proteggerle è un’illusione altrettanto pericolosa. In Iran, oggi, la parola “libertà” è pronunciata con serietà solo da chi rischia la vita per dirla.

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