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La peste ispirò il capolavoro del Decamerone: e il Covid? Come la pandemia ha cambiato i romanzi dei nostri tempi

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La terribile peste nera che a metà del XIV secolo colpì l’Europa – mietendo vittime anche in Italia tra il 1347 e il 1348 – alla fine della sua fase acuta, intorno al 1353, aveva ucciso circa 20 milioni di persone, pari a circa un terzo della popolazione. Cambiò il corso della Storia come quella del Covid ha cambiato i nostri ultimi anni. La peste medievale fu causata da un batterio ed ebbe un tasso di mortalità del 50 percento, quella recente da un virus e anche grazie ai progressi scientifici ha superato di poco lo 0,7 percento della popolazione. Eppure, nonostante la disparità di cifre, tra le due pandemie si possono evidenziare numerose similitudini. In entrambi i casi furono sottostimate, in entrambi i casi furono inibiti gli spostamenti delle persone, i malati isolati, i medici inizialmente disorientati di fronte a una nuova patologia e verso gli “untori” si scatenò il consueto moto di odio sociale.

E però sono state una spinta per cambiamenti epocali: dopo la peste del 1348 la mancanza di manodopera diede impulso a una maggiore meccanizzazione del lavoro e le “scienze bancarie” si svilupparono velocemente inventando nuovi strumenti per le transazioni commerciali (la lettera di cambio, o assegno, concepita dal pratese Francesco Datini). Dopo il Covid è diventata realtà la diffusione del cosiddetto “lavoro agile” (o smart working) che prevede minori vincoli spaziali e di orario.

Nel caso dell’Italia, la peste nera del 1348 spinse un autore del calibro di Giovanni Boccaccio (di cui si è da poco celebrato il 650° anniversario della morte) a concepire e scrivere il Decamerone, la sua opera più famosa, ambientata proprio nei giorni dell’“orrida pestilenza”. Non fu l’unico: nella prima metà dell’Ottocento, un altro grande autore, Alessandro Manzoni, ambientò quella che sarebbe diventata la sua opera più famosa, I promessi sposi, proprio nella Milano del 1629-1630 falcidiata da un’altra terribile epidemia di peste.

In questo altalenarsi di analogie e differenze tra pandemie di peste e di Covid, possiamo noi oggi aspettarci un nuovo Decamerone, dunque? O il romanzo storico di un autore che ambienti la sua opera nei terribili giorni tra il marzo e il maggio del 2020 quando il mondo reale lo vedevamo tutti solo dalle finestre e dalle terrazze di casa? Oppure un’opera del genere esiste già e non ce ne siamo accorti?

Innanzitutto la domanda è perché il Decamerone ebbe questo un grande successo. “Fondamentalmente perché le novelle di cui è composto, alcune già conosciute e altre nuove, rientravano nelle caratteristiche di un tempo di crisi e offrivano i modi per uscirne” risponde lo storico Franco Cardini. L’opera di Boccaccio, continua il professore medievista, “non è un semplice inventario di storielle bensì la raccolta dei personaggi che raccontano le novelle, ognuno con uno stile e personalità diversi. “La critica lo ritiene un capolavoro perché presentava la vita del tempo dando anche una chiave di lettura della tragedia che era accaduta unitamente alla ricetta per uscire dalla crisi che era stata provocata dalla pandemia – prosegue Cardini -. L’inizio è una novella addirittura agghiacciante, con un uomo malvagio che in punto di morte si confessa e riesce a farsi credere un santo, così che Boccaccio muove critiche sia sociali, sia religiose. Insomma l’autore parte dal peggio dell’umanità per giungere, con la decima novella della decima giornata, al meglio dell’umanità“. La differenza tra Decamerone e Promessi Sposi, aggiunge Giovanna Frosini, presidente dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio, è che “Boccaccio fu testimone oculare della tragedia e fu colpito negli affetti, mentre Manzoni no”. Entrambi gli autori però usarono “con grande attenzione” fonti dirette e in comune hanno la “minuziosa descrizione della pandemia, compresi i segni fisici della malattia: Boccaccio la scrive all’inizio della sua opera, Manzoni nel capitolo 31° della sua opera massima”. E ancora: “Boccaccio descrive la distruzione dei legami sociali a causa della peste, con famiglie che si frantumano e col successivo bisogno di ‘rigenerare’ i rapporti umani. Nei Promessi sposi Manzoni invece mette in evidenza l’iniziale difficoltà dei medici a riconoscere la malattia e la ritrosia nell’ammettere che si trattava di peste. Un po’ come è accaduto sei anni fa ai nostri primi medici che hanno avuto difficoltà a capire che si trattava di Covid. Ma nonostante le resistenze, l’idea della peste sette secoli fa e del Covid nel 2020 si è pian piano insinuata, a cominciare proprio dal linguaggio. Si tratta comunque di elementi modernissimi”.

Possiamo dunque aspettarci un effetto del fenomeno epocale appena vissuto dall’umanità anche sulla letteratura o la modernità cambia tutto? O magari gli addetti ai lavori l’hanno già scoperta e questa attende solo di diventare virale? Secondo il punto di vista di Daniela Brogi, docente di letteratura italiana contemporanea all’Università per stranieri di Siena, in effetti qualcosa sta accadendo. “La questione è complessa, ma possiamo provare a fare un ragionamento – sottolinea – La letteratura è come un polmone che assorbe realtà e restituisce immaginario, ma non è detto che ciò avvenga in simultanea, nel senso che ci sono velocità e percorsi diversi. Innanzitutto, la simmetria tra Boccaccio e Manzoni funziona: in entrambi i casi si parte da una peste storicamente accaduta e l’atto di raccontare agisce anche come risposta al caos che le pandemie avevano creato, con la narrazione che diventa arte della ricucitura e della rielaborazione di un problema generale…”.

Ma con il Covid come la mettiamo? “È vero che, almeno in Italia, il Covid non è ancora entrato come un tema diretto nelle opere letterarie contemporanee, come per esempio succede già nel romanzo di Elizabeth Strout Lucy davanti al mare (tradotto in Italia da Susanna Basso per Einaudi), che ha inizio proprio dall’arrivo della notizia di un’epidemia incombente“. Ma anche in Italia qualche segnale possiamo “percepirlo”, secondo la professoressa Brogi. Negli ultimi due o tre anni, dice, abbiamo iniziato a leggere delle scritture che “pur senza esplicitarlo, provengono anche dall’esperienza vissuta con il Covid”. Dall’osservatorio da giurata del Premio Campiello, per esempio, cita i molti romanzi che parlano di “case” come Il libro delle case di Andrea Bajani, Locus desperatus di Michele Mari e La casa del mago di Emanuele Trevi e “che dunque ci fanno vivere anche un’esperienza di esplorazione tra le mura domestiche“. In altri casi, invece, ricorda ancora Brogi “i testi sono ugualmente significativi, perché fanno vere e proprie liste di oggetti: penso all’ottimo esordio di Michele Ruol Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, pubblicato da Terrarossa edizioni. “Insomma – conclude la docente – la narrativa contemporanea si è affollata di oggetti, di case, di memoire scritte sulla propria famiglia, come se andare sotto la superficie delle cose, in profondità, fosse uno dei paradigmi più congeniali al sentimento presente del mondo, come spiega il recente libro di Niccolò Scaffai, Sotto l’inesauribile superficie delle cose“.

A questo punto viene da chiedersi se tutti questi “indizi” non siano altro che tappe d’avvicinamento a un grande romanzo che abbia per tema le tristi giornate casalinghe durante il confinamento dovuto all’epidemia. “Questo è possibile, ma non così lineare – risponde Brogi -. I traumi storici non sono mai immediatamente riprodotti o rispecchiati dall’arte, ma richiedono appunto tempi diversi di sedimentazione. Non solo nella letteratura, ma anche nel cinema, stiamo assistendo a creazioni attraversate dal sentimento della catastrofe e della fine del mondo, come se questo tema fosse il prediletto da chi vuole raccontare la contemporaneità. Se poi arriverà un grande romanzo in cui si parla dell’epidemia di Covid, per ora è un punto interrogativo“.

L'articolo La peste ispirò il capolavoro del Decamerone: e il Covid? Come la pandemia ha cambiato i romanzi dei nostri tempi proviene da Il Fatto Quotidiano.







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