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Renzi contro Travaglio, in Appello vince il direttore del Fatto: l’ex premier dovrà sborsare 180mila euro di risarcimento

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«Bullo». Una parola sola, stampata sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, è bastata a far scattare l’indignazione di Matteo Renzi e a innescare una lunga offensiva giudiziaria, oggi trasformata in una clamorosa sconfitta politica e personale. La Corte d’appello di Firenze ha stabilito che non ci fu diffamazione ma legittima critica politica. Così, l’ex segretario del Pd dovrà restituire al Fatto i soldi incassati e pagare le spese dei due gradi di giudizio, per un conto finale che supera i 180 mila euro.

Dal caso giudiziario al fatto politico

La vicenda va ben oltre la cronaca da tribunale. Perché “Bullo” non è soltanto un epiteto ritenuto lecito dai giudici, ma una sintesi efficace del metodo politico che Renzi ha incarnato per anni: decisionismo ostentato, personalizzazione sistematica dello scontro, trasformazione della satira in lesa maestà. Quando esercitava il potere, quel metodo veniva rivendicato come modernità.

La Corte smonta la strategia delle querele

La sentenza d’appello ribalta integralmente il primo grado e chiarisce un principio che dovrebbe essere ovvio in una democrazia matura: la critica politica, anche aspra e sarcastica, «guascona» — come definita dai giudici — è legittima se poggia su fatti veri. Non basta dichiararsi offesi per ottenere un risarcimento. Non basta trascinare i giornali in tribunale per riscrivere il racconto pubblico. E tanto più se la sentenza ammonisce anche gli stessi giudici che in primo grado hanno «completamente omesso di confrontarsi con gli approdi ultimi della giurisprudenza nazionale e sovranazionale in materia».

La strategia della pressione

Il rottamatore aveva teorizzato apertamente l’uso delle querele come leva contro i media ostili. «Pagheranno caro, pagheranno tutto», intimava. E in occasione dei suoi cinquant’anni arrivò a offrire un pranzo ai fedelissimi definendo Marco Travaglio il «fortunato che, dopo averci diffamato, ci sfama», quasi a esibire i risarcimenti come un trofeo.  La sentenza chiarisce invece il limite invalicabile: il diritto non è uno strumento per disciplinare il dissenso, ma una garanzia contro i suoi abusi.

Tutte le contraddizioni del rottamatore

Del resto, la contraddizione con Renzi è sempre stata di natura strutturale. Parliamo di un leader che ha promosso riforme capaci di incidere profondamente sugli equilibri sociali e istituzionali del Paese: dal Jobs Act alla personalizzazione estrema del referendum costituzionale, fino all’impegno — solennemente assunto e poi platealmente disatteso — di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta. Eppure, di fronte alle critiche, il confronto aperto con i giornalisti è stato spesso evitato… meglio chiamare i giudici.

Critica, satira e democrazia

Oggi, paradossalmente, sono proprio quei giudici a richiamare l’attenzione sull’«evoluzione del linguaggio non soltanto giornalistico ma anche politico». Chi occupa stabilmente il centro della scena pubblica e costruisce consenso attraverso slogan, semplificazioni e iperboli non può rivendicare un racconto asettico quando viene messo in discussione. Satira, metafora e irriverenza sono componenti fisiologiche del confronto democratico; tentare di neutralizzarle significa, di fatto, comprimere lo spazio del pluralismo.

Il conto finale della stagione renziana

Insomma, L’uomo che ha accusato gli altri di intimidazione, che ha fatto della forza comunicativa una bandiera, ha provato a usare i tribunali per difendersi da una narrazione che non controllava. E ne è uscito a pezzi. Non per un regolamento di conti ideologico, ma per una regola elementare: il potere deve tollerare la critica, non metterla a bilancio.

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