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“L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro innocenti incarcerati

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In una notte di cinquant’anni fa, il 27 gennaio 1976, in una piccola caserma di Alcamo Marina, vicino a Trapani, vengono trucidati due giovani carabinieri. Una strage piena di misteri per la quale finiscono in carcere quattro innocenti.
Da quell’eccidio dimenticato parte un filo che unisce decine di misteri italiani – da Peppino Impastato, al delitto del colonnello Russo, del giornalista Mario Francese, passando per l’omicidio Rostagno e per quello di Ilaria Alpi –, come racconta Lucio Luca nel suo libro-inchiesta “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani” in libreria dal 21 gennaio per Compagnia Editoriale Aliberti.

Pubblichiamo uno stralcio del libro per gentile concessione dell’editore:

«Carmine, stavolta me ne vado davvero. Lo sai che mia madre sta male, l’enfisema polmonare la sta ammazzando, povera donna. Non ce la faccio più a fare ogni giorno da Alcamo a Castelvetrano per assisterla, portarle da mangiare, comprare le medicine. Meno male che mi sono sposato una santa donna, mia moglie mi dà una mano, pure col bambino fa tutto lei, ma che vita è questa? Lo so, lo so, qui avrei potuto fare carriera, prendere un grado, forse anche due: diventare brigadiere è sempre stato il sogno della mia vita, ma senti a me, chi se ne fotte? Voglio stare accanto a mia madre, finché c’è, e vedere crescere mio figlio. Vaffanculo alla carriera, tra qualche giorno sostituisco un collega che ha chiesto un lungo periodo di licenza, vado a Buseto Palizzolo e poi mi faccio trasferire a Castelvetrano, il paese mio».
L’appuntato Salvatore Falcetta era un carabiniere tutto d’un pezzo, uno per cui l’Arma e la divisa venivano prima di tutto. Ma anche i più appassionati, nei secoli fedeli, prima o poi capiscono che ci sono delle priorità. Alla casermetta di Alcamo Marina era arrivato diversi anni prima. Stava bene, nei mesi invernali si annoiava come tutti, poi però arrivava l’estate e quel presidio dei carabinieri diventava l’emblema dello Stato tra turisti in infradito e negozi di souvenir. Poteva andar peggio, si diceva sempre Salvatore, poteva essere sbattuto in un comando di prima linea. E lì sono cazzi, senza chiacchiere. In fondo qui nessuno rompeva le scatole, giusto qualche chiamata per un furto in una villetta abbandonata, ogni tanto un posto di blocco per controllare qualche patente o un’assicurazione scaduta. Niente di più. Alla fine il bar c’era, il tabaccaio pure, persino la pizzeria di un napoletano che, chissà poi perché, aveva deciso di tenere aperto il locale anche quando la stagione balneare era finita: «Passano i camionisti», diceva ai carabinieri servendo loro una Margherita nei weekend “morti”, «poi ci siete voi e qualche alcamese che scende dal paese per farsi un sabato più tranquillo. I costi sono bassi, la giornata riesco sempre a farla, pago poco d’affitto: tranquillo appuntato, qui non c’è niente, ma una pizza per lei si rimedierà sempre».

Carmine, invece, era arrivato da poco. Aveva appena diciannove anni, praticamente la metà del suo superiore. «Carabiniere semplice Apuzzo Carmine, sono a sua completa disposizione», era stato il primo saluto in casermetta. A Salvatore quel ragazzino piaceva. Certo, era timido, non diceva una parola, sembrava un po’ spaesato: in servizio da meno di un anno, si era trovato qui, un bel posto per carità, ma senza un’anima viva nel raggio di chilometri: «Apuzzo, tranquillo, tra qualche mese mezza Alcamo si trasferirà al villino e tu rimpiangerai questi noiosi pomeriggi di pioggia nella pace di Nostro Signore», scherzava Falcetta. «E poi non dire che non ti avevo avvertito».
Carmine era di Castellammare di Stabia. «E qui vicino c’è Castellammare del Golfo, lo vedi che sei a casa?», e sperava di restare in Sicilia soltanto per pochi mesi, giusto il tempo di fare la gavetta e chiedere l’avvicinamento verso la Campania. Ogni tanto telefonava ai genitori, si sfogava un po’ ma poi la nostalgia passava. Lavoravano in quattro nella casermetta di Alcamo Marina, presidiavano la spiaggia, sapevano perfettamente che da quelle parti nelle notti d’inverno c’erano strani movimenti di barche cariche di chissà cosa, ogni tanto si sentiva anche il rumore degli aerei. Qualcuno raccontava di aver visto casse calate con le funi che venivano subito caricate a bordo di camion militari. I comunisti avevano persino denunciato che ad Alcamo Marina arrivavano armi dall’Africa e droga dalla Turchia. E che a poche centinaia di metri dalla casermetta c’era la villa di un neofascista utilizzata come covo per uno dei vari sequestri di persona nella zona. I comunisti, bravi solo a sollevare polveroni e infamare la gente per bene. A ogni modo, gli ordini dall’alto erano stati chiari: i quattro carabinieri di Alkamar, come si chiamava in codice la casermetta, non dovevano mica fare le inchieste giudiziarie. Il loro unico compito era presidiare il territorio, fare ordine pubblico, specialmente d’estate quando i turisti prendevano d’assalto la spiaggia. Le indagini, quelle vere, spettavano ai comandi provinciali, Trapani competente per territorio e il nucleo di Palermo qualora fosse venuto fuori qualcosa di più importante. Ma ad Alcamo Marina, malgrado le voci e i chiacchiericci, niente era mai venuto fuori. Anche perché nessuno si era mai preso la briga di indagare sul serio.

«Appuntato, lei tra qualche giorno va via, io dopo l’estate chiedo il trasferimento». Il carabiniere semplice Carmine Apuzzo lì ad Alkamar non ci voleva proprio stare. «Lo so che ho appena diciannove anni e ne devo mangiare di pane duro prima di alzare la voce, ma io questa divisa l’ho scelta per arrestare i criminali, non per fermare un camionista e controllare i tubi di scappamento. Comunque sia, ormai è l’una passata, con il suo permesso me ne andrei a dormire. Rimane lei di guardia? Poi mi sveglia alle quattro e le do il cambio».
Pioveva a dirotto, lampi e tuoni come non se ne vedevano da anni. Fino alle ventidue erano rimasti a chiacchierare con i carabinieri un paio di loro amici, poi se n’erano andati a casa perché con quella tempesta non era prudente circolare di notte. Carmine si coricò nella brandina della cameretta, Salvatore rimase nel disimpegno ma più si sforzava di restare sveglio, più gli occhi gli si chiudevano per il sonno. Tanto, chi vuoi che si presenti a quell’ora di lunedì in una casermetta di periferia, sfidando il maltempo? Era il 26 gennaio del 1976, anzi ormai il 27. Giorno di paga, pensarono i due carabinieri, anche per questo mese il pane a casa lo abbiamo portato.
«Collega, svolta a sinistra che dobbiamo passare da Alkamar per firmare il foglio di missione. Due minuti e scappiamo che siamo già in ritardo, non sia mai che la nota personalità perda l’aereo, chi li sente poi quelli della questura?» Alle otto del mattino, in pieno inverno, non c’è già nessuno che circola in autostrada, figuriamoci in una trazzera di campagna che porta alla spiaggia degli alcamesi. Ma la volante è in ritardo, l’onorevole ha il volo alle dieci e loro devono ancora andare a prenderlo a Trapani dove ha partecipato a un incontro politico, poi lo porteranno a Punta Raisi.

«Meno male che quello è uno conosciuto, i controlli li salta sicuramente. Io il deputato dovevo fare, mica lo schiavo in polizia».
All’altezza della casermetta dei carabinieri i due agenti di scorta, assegnati dall’Ufficio politico della questura di Palermo al segretario nazionale del Movimento sociale Giorgio Almirante, si rendono conto che c’è qualcosa che non va. Una macchina di servizio ha le ruote a terra, forse bucate, chissà. Il portoncino d’ingresso è socchiuso, si intravedono carte per terra. Ma, soprattutto, la serratura presenta una grossa macchia scura: «Ma che è, bruciata?», chiede un agente. «Ma figurati, sarà così da anni in attesa che il ministero mandi qualcuno per sistemarla», risponde il caposcorta. «Però è strano che ci siano le luci accese, non credi?».

«Senti, facciamo una bella cosa: chiamiamo il commissariato di Alcamo, la smisteranno loro la segnalazione ai carabinieri. Avvertiamoli che qui c’è qualcosa di strano, noi però tiriamo dritto altrimenti questo aereo glielo facciamo perdere davvero alla nota personalità. Cosa vuoi che sia successo? Staranno dormendo, almeno gli risparmiamo una levataccia. I moduli li firmiamo al ritorno, come al solito. Tanto, chi controlla? Basta che l’onorevole non “buchi” il volo e stiamo a posto».
Mezz’ora dopo ad Alkamar è l’inferno. I colleghi di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo varcano il portoncino e la scena che gli compare davanti è agghiacciante. Salvatore è stato colpito al petto e al volto da almeno un paio di colpi di pistola esplosi da un metro e mezzo di distanza. Il suo corpo è incastrato tra la brandina del letto e il muro, probabilmente ha provato a difendersi ma il killer è stato più veloce di lui. Carmine è disteso sul letto, il volto spappolato. Gli hanno appoggiato la canna dell’arma alla tempia e lo hanno ammazzato come un cane. Alla fine, i colpi esplosi saranno almeno cinque o sei, nel disimpegno i carabinieri trovano anche una cartuccia inesplosa, proprio dietro alla porta d’ingresso. Un colpo a vuoto, quando ormai l’esecuzione era stata portata a termine. Il filo del telefono è staccato, l’auto di servizio posteggiata davanti al cancello ha effettivamente le ruote a terra. Tagliate tutte e quattro, com’era sembrato agli agenti di scorta dell’onorevole Almirante. C’è sangue dappertutto, la casermetta è stata messa a soqquadro dal commando di assassini. Hanno portato via le armi in dotazione, le divise, una paletta per le segnalazioni, fondine e munizioni. Persino i tesserini dei carabinieri si sono presi. È chiaro che per entrare hanno usato una fiamma ossidrica dando fuoco alla serratura. Poi, nel giro di qualche secondo, hanno massacrato i due militari. Che non si sono accorti di nulla, forse perché quella notte c’erano lampi e tuoni così forti da attutire il rumore dei sicari. Strano, improbabile ma non impossibile.

L'articolo “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro innocenti incarcerati proviene da Il Fatto Quotidiano.







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